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La Libia ferma i controlli in mare, arrivi in aumento

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il dramma dei migranti

La Libia ferma i controlli in mare, arrivi in aumento

Un nuovo segnale di preoccupazione spunta in Italia tra le criticità dello scenario in Libia. Gli oltre 2.500 arrivi dell’ultimo fine settimana non sono una novità. C’è di peggio però: la Guardia costiera di Tripoli non ha svolto pattugliamenti e controlli in mare negli ultimi tre giorni. Motivo ufficiale, la mancanza di carburante. Convince poco. In ogni caso, il segnale non è incoraggiante per gli addetti ai lavori.

Certo, quest’anno il calo degli sbarchi in Italia (-79% rispetto al 2017 e - 86% per quelli dalla Libia), resta un fatto. Il lavoro del ministro uscente dell’Interno, Marco Minniti, insieme all’Aise e all’ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, è fattore consolidato. L’azione dei tecnici è tuttora continua: incontri e viaggi dei dirigenti della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza anche nelle ultime settimane. Va avanti anche il progetto della Mrcc (Maritime rescue coordination centre) per Tripoli a cura della Guardia costiera italiana. Mentre nave Caprera della Marina militare due mesi fa ha sostituito l’unità Capri nella missione bilaterale di assistenza e supporto ai pattugliamenti disposti dal governo di Sarraj.

Ma le fragilità in atto sono ormai una miriade. Le ostilità delle milizie della Tripolitania hanno fatto saltare in questi giorni i controlli contro i trafficanti: svelti, questi ultimi, a ripristinare l’esodo dei migranti per fare affari. Qualche giorno fa è saltato il comandante della guardia costiera libica civile, Tarek Shanbour. In acqua sono ritornate diverse Ong (organizzazioni non governative). Anche perchè il 18 aprile il giudice per le indagini preliminari di Ragusa, Salvatore Giampiccolo, nel rigettare la richiesta di sequestro per la nave della ong spagnola Proactiva Open Arms ha detto che in Libia non c’è «porto sicuro». Cioè il p.o.s., place of safety, indicato a chi soccorre come destinazione.

Sono sorte così polemiche continue contro la Guardia costiera italiana, presente «H 24» sul fronte dei soccorsi anche in supplenza di altre autorità come quella maltese. Tanto da pubblicare sul sito (http://www.guardiacostiera.gov.it/) il riepilogo delle norme in mare a scanso di equivoci o accuse strumentali. La Libia, peraltro, ha di recente inserito una serie di indicazioni di riferimento operativo sulla sua zona S.a.r. (search and rescue) nel database dell’Imo (International maritime organization), agenzia dell’Onu con sede a Londra. Dove il 17 maggio l’ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante generale della Guardia Costiera,ha incontrato il segretario generale Imo, Kitack Lim: tra i temi discussi proprio il soccorso nel Mediterraneo. Mentre a Bruxelles entro l’anno dovrà essere fatta la «revisione strategica» della missione Sophia e di quella Eubam (assistenza alle frontiere) in Libia, quest’ultima dovrebbe diventare molto più operativa.

Al di là dei numeri attuali per l’Italia le preoccupazioni sono tutte legate a una nuova ondata continua di flussi migratori. La Tunisia resta oggi la principale spina nel fianco: in testa alla classifica delle nazionalità degli sbarchi ci sono proprio i tunisini (2.715) seguiti da eritrei (1.922) e nigeriani (725). Ma è tutto il movimento dei flussi di migranti nell’Africa a subire sconvolgimenti rapidi. Lo racconta con molti particolari la ricerca «Destination Maghreb» pubblicata di recente sul sito www.csis.org dell’autorevole think-tank americano Csis-Center for strategic and international studies.

La pubblicazione registra il «cambiamento dei modelli di immigrazione» nel continente africano. La spinta sempre più forte è quella di raggiungere la regione magrebina: Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania. L’Europa è considerata un approdo «più difficile». Lo scenario, tuttavia, resta più che critico. Se sono in calo i nordafricani in viaggio verso il Vecchio continente, aumentano i migranti subsahariani. Se dunque a breve i flussi potranno approdare nel Maghreb come destinazione finale, i rispettivi governi potrebbero non governare conflitti e squilibri insorgenti. E se la cooperazione tra le nazioni europee e questi Stati non si consoliderà, nel lungo periodo la nuova ondata di sbarchi potrebbe essere molto più imponente. La ricerca è all’attenzione dei nostri addetti ai lavori.

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