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Chi è Andrew Kim, l’agente della Cia «artefice» del summit Trump-Kim

Andrew Kim (Bloomberg)
Andrew Kim (Bloomberg)

NEW YORK - Solo il futuro potrà dire se il summit tra Donald Trump e Kim Jong Un sarà ricordato come l’inizio d’una svolta storica, oppure come un nuovo e vuoto esercizio di retorica. Se sarà letto come un successo per Trump, oppure come una riuscita mossa di Kim. Ma una cosa è certa: se l’attenzione è rimasta tutta concentrata sui due leader, la possibilità stessa di portare a termine senza intoppi e in fretta e furia il vertice, per gli americani, è dipesa da ben altro. Dal lavoro dietro le quinte d’una ristretta pattuglia di esperti e diplomatici spesso sconosciuti. Un ruolo determinate, in particolare, lo avrebbe svolto un alto funzionario della Cia, fluente in coreano e in passato rimasto nell’ombra e addirittura finito in pensione - lo specialista della penisola Andrew Kim.

Nella ricostruzione dei retroscena del vertice che ora emerge, la straordinaria ascesa del funzionario della Central Intelligence Agency è difficile da ignorare: facilitato da ranghi della diplomazia americana decimati da Trump, Andrew Kim si è fatto notare per la presenza ormai costante a fianco del Segretario di Stato Mike Pompeo nei contatti con Pyongyang. Quel Pompeo non a caso arrivato alla poltrona di Foggy Bottom dall’incarico di direttore dell’agenzia dei servizi segreti statunitensi per eccellenza.

Nei giorni immediatamente precedenti al summit, Andrew Kim è stato anche partecipe degli incontri nello Studio Ovale tra lo stesso Trump e un inviato al massimo livello di Pyongyang.Nato e cresciuto in Corea del Sud, era stato il capo della sede locale della Cia prima di rientrare a Washington. Vanta anche stretti legami familiari con la regione: è cugino del consigliere per la sicurezza nazionale di Seul, Chung Eui-yong. Cioè di colui che in marzo diede l'annuncio a sorpresa del summit in arrivo tra Trump e il leader di Pyongyang.

Nel maggio dell’anno scorso Andrew Kim era stato richiamato d'urgenza al lavoro da un breve pensionamento e gli era stato affidato il comando del desk coreano della Cia, anzi il Mission Centre sulla penisola. Prima del disgelo proveniva, peraltro sempre come Pompeo, dalla corrente dei falchi conservatori: era stato coinvolto semmai nella pianificazione di attacchi a Pyongyang qualora Trump avesse dato l'ordine. Ma il cambio di passo diplomatico veniva considerato nelle sue carte: era diventato negli anni una figura chiave nel mantenimento di canali segreti di comunicazione con Pyongyang sia sotto l'amministrazione di Barack Obama che sotto Trump, canali rimasti aperti nei momenti più bui e pericolosi.

«Andrew potrebbe essere oggi il protagonista più influente nell'intero negoziato con la Corea del Nord», ha dichiarato Rexon Rye, oggi esponente di Asia Group ed ex funzionario della Casa Bianca. La sua posizione di primo piano è stata pubblicamente svelata e consacrata da una foto apparsa il mese scorso, dove compariva con Pompeo nei meeting preparatori per il summit di Singapore con Kim Jong Un svoltisi a Pyongyang. Adesso bisognerà vedere se, a summit archiviato, lui e i pochi altri funzionari impegnati a tempo pieno nei colloqui sapranno davvero mettere a fuoco i dettagli - oggi del tutto assenti - di un autentico accordo di denuclearizzazione e apertura economica con la Corea del Nord. A rendere fattibile il vertice - accanto al lavoro pratico di Andrew e colleghi - è stata infatti anche una scelta politica senza precedenti e capovolta rispetto alle tradizioni: il faccia a faccia d’immagine tra i leader ha preceduto le intese di sostanza.

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