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Da Merkel a Kim, ecco come Trump usa il linguaggio del corpo per dominare i…

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summit e neuroscienze

Da Merkel a Kim, ecco come Trump usa il linguaggio del corpo per dominare i rivali

Kim ha problemi a sedersi? Merkel era raffreddata lo scorso weekend? Chi è interessato alle relazioni internazionali si stupirà a considerare come rilevanti questi dettagli. Eppure queste informazioni sono rilevanti per interpretare correttamente la comunicazione non verbale che Donald Trump ha messo in campo al vertice G7 in Canada di qualche giorno fa e in occasione dello storico incontro di Singapore con il leader coreano Kim Jong Un.

Già, perchè questi appuntamenti vanno valutati tramite una pluralità di piani: le dichiarazioni ufficiali, i dettagli - spesso scritti - degli accordi siglati tra le parti e la comunicazione che tramite il linguaggio del corpo i protagonisti mettono in campo. E il modo con cui Trump si è destreggiato fisicamente nei confronti degli altri leader mondiali dice molto della sua politica estera, meglio e più di tante dichiarazioni, spesso contraddittorie.

Da JFK a The Apprentice
L’assunto è che fuori dai momenti più ufficiali che traspare la reale intenzione comunicativa di una persona: tanto più di un leader di statura internazionale che si gioca una fetta importante della sua strategia internazionale in un incontro. Per questo il giovane leader nord coreano, cresciuto nell’ovattato contesto di un paese sostanzialmente impermeabile alle influenze estere, non poteva certo avere la scaltrezza della star di The Apprentice. Il presidente Usa aveva 24 anni quando John Fitzgerald Kennedy surclassò nel body language Richard Nixon nel corso del dibattito tv che gli valse la Casa Bianca. La comunicazione non verbale è nel suo Dna: un approccio che detta l’agenda, i tempi, le modalità di un incontro pubblico tra capi di Stato.

Tre i momenti clou in cui Trump surclassa Kim: in occasione del primo incontro è il presidente Usa che fa scattare la stretta di mano dopo che Kim gliela porge, è Trump che gli tocca l’avambraccio quasi in un gesto di messa sotto tutela, è il miliardario newyorchese che decide di terminare la stretta di mano e di guidare Kim verso il luogo dell’incontro riservato, camminando mezzo passo davanti a lui. A poco vale il gesto ritardato di Kim che prova a mettere la sua mano sulla schiena di Trump: il presidente Usa è troppo alto e troppo avanti per consentire al leader nordcoreano di dare l’impressione di guidarlo.

La cuspide rovesciata
In questi dettagli appare evidente la predominanza dell’ego di Trump nei confronti di Kim, che sorride sostanzialmente ignaro del suo ruolo di comparsa di quella scena. Al termine del vertice, i fotografi ritraggono i due sorridenti. Ma sotto i sorrisi si legge ben altro: Kim seduto sulla punta della sedie, in un atteggiamento insicuro, quasi fosse pronto ad alzarsi e ad andarsene in fuga. Era quella la sua intenzione oppure, come detto all’inizio, il giovane dittatore soffre di emorroidi? Dall’altro canto vediamo Trump con il corpo proteso verso il leader nordcoreano e con le mani a costruire la cosiddetta “cuspide rovesciata”: un gesto tipico della espressione di potere, quasi tenesse in mano uno spadone invisibile. Basta uno sguardo per capire chi ha vinto la sfida, chi porta a casa il risultato migliore dal vertice. È l’apparenza, al netto dei dettagli degli accordi e dei documenti sottoscritti, ma che ha una forza comunicativa di maggior presa nei confronti del pubblico, pardon, della platea di cittadini interessati dalle decisioni sulla moratoria nucleare.

Tutti intorno a Donald
Il G7 dello scorso fine settimana in Canada verrà ricordato per una fotografia iconica: Angela Merkel, spalleggiata da gran parte degli altri leader presenti, si sporge sopra un tavolo per parlare a un Donald Trump con le braccia conserte. Un evidente gesto, quello della cancelliera tedesca , per provare a convincere un riluttante presidente Usa fermo nelle sue posizioni e convinzioni. Un messaggio perfetto per una platea - quella che per semplicità e brevità potremmo definire populista - che chiede determinazione nella difesa delle proprie convinzioni. Ma sono altri gli episodi che lasciano trasparire il “setting agenda” messo in campo da Trump al vertice internazionale: è lui l’ultimo ad arrivare per la foto di rito, come a dire: si fa solo se lo decido io; è lui che prima dello scatto guarda sicuro e pronto la schiera di fotografi, senza aggiustarsi la giacca (Macron e Conte) o guardarsi intorno in un sorriso un po’ nervoso (Merkel), lasciando trasparire l’ansia di apparire adeguati al momento.

Sussurri e vertici
È sempre il presidente Usa che, al termine delle foto, mentre tutti si incamminano verso la sala in cui il vertice si svolgerà, si prende da parte per un paio di secondi Angela Merkel, sussurrandole all’orecchio qualcosa. Al che la cancelliera tedesca si tocca il naso due volte e non replica all’inquilino della Casa Bianca. Era raffreddata? È lì, probabilmente, che viene decretato il fallimento del vertice: «Quando le persone sono affette da stress - dice lo psicologo Lorenzo Dornetti, esperto in neuroscienze - il corpo rilancia una sostanza, la catecolamina, che irrora soprattutto le parti molli e cartilaginose del nostro corpo come naso e orecchie. Il gesto di Merkel è probabilmente da mettere in relazione a quanto gli ha appena detto Trump». La sudditanza non verbale nei confronti del miliardario Usa è evidente e non sono meno a disagio gli altri leader presenti al G7: dal premier giapponese che imita le braccia conserte di Trump, ma senza che nessuno gli si rivolga, a Giuseppe Conte, l’«absolute beginner» con le mani nelle tasche, al primo vertice internazionale.

Insomma Trump ha dato mostra di grande sicurezza, derivante da un auto compiacimento rilevante, tipico di chi vive ogni giorno sul filo dell’incontinenza egotica. Ma Trump in questo sa controllare il suo ego, forte dell’esperienza televisiva di The Apprentice: in realtà Trump tratta tutti come concorrenti di quel programma tv, ergendo se stesso a giudice di un reality internazionale, in cui non lancia la pubblicità ma determina tempi, regole, obiettivi, provocando sudditanza emotiva .

«Per questo tipo di soggetti è da rilevare come il contesto non abbia effetto nei confronti di chi intende imporre una predominanza emotiva nei confronti degli altri», aggiunge Dornetti. «Puoi imporgli tutti i protocolli diplomatici possibili e immaginabili, ma chi attua questa strategia riuscirà sempre a compiere il gesto - arrivare dopo, andar via prima, toccare una spalla -in grado di marcare il suo predominio nei confronti degli altri».

Twitter: @loconte63
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