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E-commerce, svolta della Corte Suprema Usa: gli Stati possono…

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colossi tech nel mirino

E-commerce, svolta della Corte Suprema Usa: gli Stati possono richiedere imposte sulle vendite

New York - Gli stati americani potranno d'ora in poi obbligare le società di commercio elettronico a far pagare e rastrellare le imposte sulle vendite. A deciderlo è stata la Corte Suprema americana, che ha ribaltato vecchi precedenti - nati un un'era precedente al boom di Internet - i quali finora avevano nei fatti esentato dalla raccolta delle tasse molti retailer online.

La decisione promette significative ripercussioni: la polemica sulle basse imposte versate da attività via Internet, che ha stimolato e facilitato il suo enorme sviluppo, si trascina da anni.

La decisione dei alti magistrati è stata presa a stretta maggioranza, con cinque giudici a favore e quattro contrari, ma la spaccatura non è stata tra giudici conservatori e liberal, segno che la sfida non ha netti contorni politici. Il nodo da risolvere era se le società fossero tenute a raccogliere tasse anche in assenza di una presenza fisica nello stato dove ha origine l'acquisto. Per numerosi stati si tratta di un'auspicata vittoria: avevano denunciato la perdita di miliardi di dollari di entrare fiscali a causa della popolarità delle transazioni digitali. Successo rivendicano inoltre i tradizionali operatori del retail, da tempo sotto enorme pressione e che protestavano contro una concorrenza considerata sleale al cospetto del diverso trattamento fiscale.

Per alcuni colossi dell'e-commerce, tuttavia, si tratta di men che una completa rivoluzione. Amazon, ad esempio, già raccoglie imposte sui prodotti che vende direttamente. Non tutti però lo fanno. E lo stesso leader americano del settore non le rastrella quando le vendite sono effettuate da terzi, cioè da commercianti indipendenti che utilizzano le piattaforme del gruppo.

Le conseguenze della sentenza dovrebbero farsi sentire anche sui consumatori: finora era stato possibile risparmiare sulle cosiddette “sales tax” comprando online invece che da negozi locali. Questa epoca volge adesso al tramonto.

La decisione, in concreto, annulla un verdetto che risalva al 1992 e che riguardava nello specifico gli acquisti per posta ma aveva ricevuto applicazione generale. Stabiliva appunto che gli stati potessero ordinare ai commercianti di far pagare e raccogliere le imposte soltanto se avevano una sede fisica entro i confini statali. Finora quel precedente era stato citato dai tribuali inferiori per dare ragione ai retailer online citando l'incostituzionalità di simili imposte.

Il caso giunto alma Corte Suprema era nato da un ricorso portato dal Nord Dakota: nel 2016 lo stato americano aveva approvato un legge che obbligava i retailer online a far pagare e rastrellare imposte sulle vendite del 4,5% se registravano vendite superiori ai centomila dollari l'anno oppure avevano oltre 200 transazioni individuali nello stato. Sulla base di quella legge le autorità locali avevano poi presentato ricorso contro alcune società di e-commerce con sedi fuori dallo stato, quali Wayfair, Overstock e Newegg.

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