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Messico al voto, l’anti-Trump Lopez Obrador grande favorito

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Messico al voto, l’anti-Trump Lopez Obrador grande favorito

molto pi di un’elezione presidenziale di un grande Paese latinoamericano. Il Messico sceglie s il suo leader politico per i prossimi sei anni ma si accinge a sperimentare un nuovo modello economico: il muro e i dazi patiti dagli Stati Uniti lo proiettano in un’orbita inesplorata. Piaccia o no il Messico costretto ad abbandonare l’integrazione e la sinergia con l’economia nordamericana, elementi fortemente caratterizzanti dello sviluppo, realizzato e mancato dei suoi 127 milioni di abitanti.

A Citt del Messico i sondaggisti, i politici e i giornalisti danno per scontata la vittoria di Andres Manuel Lopez Obradror, 64 anni, leader del partito di sinistra Morena (Movimento di rigenerazione nazionale). Amlo, cos viene sintetizzato il suo nome, al terzo tentativo presidenziale, le ultime due volte stato sconfitto di poco; stavolta dovrebbe sbaragliare l'avversario di centrodestra, Ricardo Anaya, indietro di 20 punti percentuali.

Il prossimo governo effettuer scelte di politica interna ma le nuove relazioni bilaterali, ben pi lasche, con un vicino potentissimo, gli Stati Uniti, determineranno una nuova governance. A Sud del Rio Bravo andranno in onda le prove tecniche di trasmissione di un nuovo ordine mondiale, quanto meno commerciale: i dazi imposti da Donald Trump e la riscrittura del Nafta (il Trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Messico e Canada) ridefiniscono i rapporti bilaterali e trilaterali tra i soci ma frantumano la logica delle filiere di produzione transfrontaliere e della divisione internazionale del lavoro che si affermata negli ultimi cinquant’anni. Stati Uniti e Messico incarnano una relazione tra un Paese dotato di altissime tecnologie e grandi capitali finanziari e un altro Paese, con forza lavoro a buon mercato e maquiladoras (fabbriche di assemblaggio) che forniscono logistica e prodotti intermedi. Un equilibrio che si modificher.

Il programma economico di Amlo ancorato ai pilastri della sinistra latinoamericana: migliore redistribuzione dei redditi, riduzione delle disparit, con l’1% della popolazione che possiede un terzo della ricchezza del Paese. Il 10% dei benestanti guadagna 21 volte di pi della fascia pi povera. Insomma quello che gli statistici chiamano Indice di eterogeneit di Gini , ovvero la concentrazione delle ricchezza, palesemente fuori linea rispetto a tutti i Paesi importanti. Il 40% dei messicani vive in condizioni di povert e il sistema fiscale non riesce a correggerne le distorsioni; Brasile, Argentina, Cile e Uruguay, sanno fare molto meglio.

La guerra commerciale avviata da Trump con Enrique Pea Nieto, solo un’esercitazione. La vera partita, lo scontro pi duro sar con la Cina. Tra Stati Uniti e Cina. Il Messico un piccolo laboratorio economico e culturale – spiega Mario Cimoli, numero due del Cepal (Commissione economica per l’America Latina), una sorta di Ocse latinoamericano – in cui la filiera di produzione scardinata: vincer chi arriver per primo alla macchina che impara dai proprie errori. Si pensi all’industria automobilistica: manifattura, certo. Ma anche digitale, “ambiente”, intelligenza artificiale. Insomma un mix di expertise, intrecciate e interdipendenti. Indistinguibili. Il modello “cervelli da una parte, assemblatori dall’altra” pare finito.

L’interesse per quest’elezione presidenziale notevole – spiega Carlos Elizondo, professore dell’Universit Tecnologica di Monterrey – per varie ragioni. La pi eclatante che i dazi e le barriere di Trump impongono il ripensamento del Paese, della sua collocazione, a livello regionale e internazionale.

Carlos Bravo Regidor, economista all’Istituto di ricerche Cide, spiega che il forte vantaggio di Amlo spiegabile con la contrapposizione forte a Trump e quindi al richiamo identitario dei messicani. Al probabile vincitore delle elezioni di domenica piacciono poco i viaggi internazionali e le riunioni con altri capi di Stato. Eppure il multilateralismo uno dei pilastri portanti della politica messicana e Amlo pare superato a destra da Trump. Un bel libro di Yascha Mounk , “Popolo vs democrazia”, edito da Feltrinelli, ci ricorda che nelle migliaia di anni trascorse dalla fondazione di Atene all’invenzione della macchina a vapore la crescita economica era di circa lo 0,1% annuo e non era mai possibile assistere nel corso della propria esistenza a progressi visibili. L’economia era stagnante. Solo dal 1700, della crescita beneficiarono pi persone. Gli aztechi, pardon, i messicani, potrebbero assistere a un …ritorno al futuro.

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