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Ge dalle lampadine di Edison alle cessioni a catena. Il futuro? Amazon…

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Il tramonto della conglomerata industriale

Ge dalle lampadine di Edison alle cessioni a catena. Il futuro? Amazon e Alphabet

(Afp)
(Afp)

New York - La nuova General Electric al posto della vecchia Ge. E qualcosa di più: un passaggio di testimone. Non è forse la fine dei conglomerati, ma forse il sipario su tradizionale imperi votati all'espansione nei settori industriali più disparati. Qualche eccezione resiste: la Berkshire Hathaway di Warren Buffett, dalla assicurazioni alle ferrovie al largo consumo. O il chaebol sudcoreano per eccellenza, Samsung, che al primato nell'elettronica somma divisioni che vanno dalle costruzioni ai cantieri navali, dai parchi tematici alla pubblicità. Oggi il mantello della conglomerata spetta piuttosto ai colossi dell'hi-tech: le conglomerate del presente e dl futuro, tanto da sollevare lo spettro antitrust, sono diventate le Alphabet e Amazon che operano sulle molteplici frontiere dell'innovazione co la centro il digitale.

A Ge non resta che reinventarsi, più piccola, per non soccombere, malata di gigantismo, sotto il peso di performance deludenti. Il neo chief executive John Flannery ha promesso che «l'essenza di Ge permane» e che l'azienda è su un cammino di «ringiovanimento e crescita». L'operazione di transizione verso la Ge del domani potrebbe però essere appena cominciata: al termine della drammatica riorganizzazione, di dismissioni e scorpori appena varati, il gruppo avrà in portafoglio la divisione Power, legata alle centrali elettriche, seppur da tempo in crisi in seguito al declino del fossile che ha coinciso con sue forti, mal concepite scommesse. E i resti di Ge Capital, divisione finanziaria massacrata dalla debacle del 2008 e tuttora causa di oneri e scandali.

Il “volano” vero del business appare semmai l'alto pilastro restante, la Ge Aviation, la divisione aeronautica impegnata sui motori per aerei che fornisce due ogni tre jet oggi in volo. Qui gli ordini ancora inevasi raggiungono i 200 miliardi di dollari. E, nell'ambito della divisione energia, spunta l'ancora piccola ma promettente porzione dedicata alle fonti rinnovabili.

Le lezioni del recente passato dimostrano ,a frequenza di questa “distruzione creativa” nella Corporate America. Non è nuova a mettere in discussione anche marchi iconici considerati al tramonto in cerca di rinnovamento o nuova competitività, dalla tecnologia al largo consumo, dalle materie prime a media e telecomunicazioni. In pochi anni, accanto a celebri fusioni, si sono consumate spettacolari separazioni: Aol e Time Warner, la prima ora svanita in Verizon e la seconda assorbita da AT&T. Sara Lee, classe 1939, ha lasciato il posto alle anonime Hillshire e DE Master Blenders 1753. Alcoa ha scorporato la Arconic. DowDuPont promette di dividersi in tre società quotate e Hilton l'ha già fatto. Kraft Foods ha staccato le attività internazionali prima di essere divorata da Heinz. Motorola ha dato vita a Solutions e Mobility, la seconda passata a Google e poi a Lenovo.

Ma la saga di Ge, per prestigio e dimensioni, fa caso a sé. Le sue origini risalgono a Thomas Edison e alle sue lampadine, alla Edison General Electric Company nel 1889. Del 1900 è poi il General Electric Research Laboratory, prima struttura industriale di ricerca nel Paese. Il gruppo fu pronto a impadronirsi del telegrafo di Marconi nel 1919 e a creare i network radiofonici della Rca e tv della Nbc, sperimentando trasmissioni sul piccolo schermo negli anni Venti. Sviluppò “superchargers” per i motori degli aerei tra le guerre mondiali. E si gettò sui computer negli anni Sessanta. Due suoi dipendenti sono stati insigniti di premi Nobel, nel 1932 e nel 1973.

Questa storia infinita, tuttavia, non bastava più. Il titolo ha bruciato in Borsa quasi metà del valore in soli dodici mesi, cadendo sotti i 15 dollari, ai minimi da sei anni. Per non parlare di un declino di tre quarti del valore dal picchi del Duemila. Stephen Tusa di JP Morgan avverte che continui passi falsi hanno impedito alla società di «muoversi in avanti» in modo spedito. E, dopo la recente rivoluzione, prevede ulteriori scosse, tra cui il taglio di un terzo del dividendo. Tusa ha una raccomandazione scettica sul titolo, “underweight”.

Flannery conta su un'uscita indenne dallo scorporo della grande divisione medicale e dalla cessione di quelle di servizi petroliferi Baker Hughes, culmine di un processo che aveva già in programma dismissioni significative. Grandi fondi attivisti invocano maggiori ripensamenti. La svolta in atto eliminerebbe business per oltre 40 miliardi di vendite l'anno e ridurrebbe il restante impero a un giro d'affari inferiore ai 90 miliardi.
Indipendentemente dal'esito, per Ge appaiono sepolti i giorni di gloria e eccessi che, dopo la sua fase stroica, erano arrivati negli ultimi vent'anni del scolo scorso sotto il leggendario super-manager Jack Welch. Che aveva capitanato l'ultima e forse più straordinaria espansione di Ge nei panni di azienda-Pil. Sotto di lui Ge era diventata un riferimento obbligatorio anche per il management, con l'adozione e l'insegnamento della strategia di qualità Six Sigma, nonché si era affermata quale barometro del mercato azionario e regina delle market cap. Welch fu scelto come manager del secolo. E la sua strategia venne premiata, tra il 1981 e il 2001, da una marcia del 4.000% a Wall Street. Da allora, però, iniziò il declino, Welch cadde in disgrazia agli occhi degli osservatori a causa di eccessi, errori di management e puro e semplice gigantismo ingestibile. Il suo successore Jeff Immelt cominciò con qualche timidezza a rivedere e smantellare l'impero - cedette tra l'altro le attività nei mass media - senza riuscire tuttavia a capovolgere le sorti. E oggi reinventare la Ge rimane una meta urgente quanto distante.

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