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L’Unione europea e le strategie anti-disintegrazione

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L’Unione europea e le strategie anti-disintegrazione

Sulla crisi della costruzione europea i libri non mancano. L’ultimo volume di uno studioso bulgaro, Ivan Krastev, ha il merito tuttavia di offrire una chiave di lettura del futuro dell’Unione particolarmente originale. Lo sguardo modifica le prospettive. Vista da Est, la crisi migratoria diventa improvvisamente il filo da cui snodare una matassa particolarmente ingarbugliata. In un libro breve ma straordinariamente denso, l’autore dà una spiegazione convincente della spaccatura tra Est e Ovest e più in generale tra popolo ed élites, che un lettore italiano non può assolutamente ignorare, tanto meno di questi tempi.

Prima di tutto l’autore merita una presentazione. A 53 anni, Ivan Krastev è conosciuto soprattutto nel mondo intellettuale anglosassone. Scrive per il New York Times, è presidente del Centro di Strategie Liberali a Sofia, e socio dell’Istituto per le Scienze Umane di Vienna (IWM). In autunno si trasferirà negli Stati Uniti per tenere conferenze alla Biblioteca del Congresso. Fino a dieci anni fa era noto soprattutto in ambienti accademici e universitari. Oggi è diventato un maître à penser sugli affari europei. Il suo più recente volume ha avuto grande eco nel Nord Europa.

L’arrivo di milioni di migranti da Sud e da Est ha messo in crisi le democrazie europee, oltre che la stessa Unione europea. L’autore rimprovera alla democrazia liberale di non avere capito che a indebolire il sistema democratico non sono oggi la diseguaglianza sociale o la recessione economica, bensì la crisi migratoria. Agli occhi di Ivan Krastev quest’ultima ha messo in luce come non mai la spaccatura delle società occidentali tra internazionalisti e nativisti, tra coloro che cavalcano la globalizzazione e coloro che la subiscono.

Nelle giovani democrazie dell’Est Europa prevalgono i secondi piuttosto che i primi, tanto che questi paesi, peraltro in crisi demografica, hanno rifiutato di ricevere migranti. Alla fine della Prima guerra mondiale, la Bulgaria accolse un numero di rifugiati pari a un quarto della sua popolazione, ma erano di etnia bulgara, e non musulmani come oggi. In fondo, secondo lo scrittore bulgaro, abbiamo assisitito «alla scomparsa di una classe operaia impregnata di uno spirito internazionalista, e ciò sta provocando un cruciale riallineamento della politica europea».

In questo contesto, «i confini aperti non sono più un segno di libertà, ma sono diventati un simbolo di insicurezza». Più in generale, mentre all'Ovest i “valori cosmopoliti” sono ritenuti le fondamenta dell’Unione, all’Est sono considerati una minaccia. Di recente, il ministro degli Esteri polacco Witold Waszczykowski ha espresso risentimento per un liberalismo politico che promuove «un nuovo miscuglio di razze e culture, un mondo fatto di ciclisti e vegetariani che usano solo energia rinnovabile e bandiscono qualsiasi religione». Nello stesso modo in cui il cosmopolitismo tedesco è una reazione al nazionalismo nazista, il nazionalismo dell’Europa dell’Est è una reazione all’internazionalismo comunista.

Con la crisi migratoria, gli elettori chiedono sempre più spesso esclusione, non inclusione. Mentre la democrazia a livello nazionale sembra incapace di gestire le pressioni derivanti dalla globalizzazione, la stessa meritocrazia è ormai vista negativamente. L’élite meritocratica - come la chiama l’autore - non è considerata leale, poiché cavalca la globalizzazione, a differenza del popolo che la subisce. «Le élites possono riconvertirsi all’estero e questa natura le rende di fatto indipendenti dal loro stesso paese», tant’è che i partiti nazionalisti non vogliono nazionalizzare le industrie, come in passato, ma piuttosto nazionalizzare le élites (torna alla mente il dibattito sull’uso del solo italiano nelle università italiane).

In After Europe, l’autore non offre soluzioni-miracolo. Esprime cautela sul futuro dell’Unione e guarda con timore ai referendum perché possono diventare, per mano di una classe politica desiderosa di dare la parola al popolo, la causa della fine dell’Unione. Memore della disintegrazione dell’Impero austro-ungarico, Ivan Krastev è convinto che l’Europa debba improvvisare ed essere flessibile: «L’Unione – conclude – non dovrebbe cercare di sconfiggere i suoi numerosi nemici, ma piuttosto tentare di stancarli adottando alcune delle loro politiche».

After Europe
Ivan Krastev
University of Pennsylvania Press,
Philadelphia, pagg. 120, $ 19,95

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