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non solo RUSSIAGATE

Trent’anni di relazioni pericolose tra Mosca e il «compagno» Trump

A Helsinki la figuraccia di Trump al cospetto di Putin, leader di una nazione il cui Pil è appena un misero 8% di quello statunitense, e le sue continue giravolte sulle intrusioni russe in occasione del voto Usa (in tre giorni ha cambiato tre volte la sua versione dei fatti) è solo l’ultimo episodio della lunga e ancora misteriosa storia di relazioni pericolose tra Mosca e «The Donald» Trump. Una storia che inizia nel lontano 1986, quando in pochi immaginavano un crollo fulmineo dell'Unione sovietica, quando il segretario del partito comunista si chiamava Michail Gorbaciov e quando un giovane Vladimir Putin lavorava ancora al Kgb.

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È in quell'anno che l'ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Yuri Dubinin, incontra il rampante Trump a New York coprendolo di adulazione e invitandolo a Mosca per discutere di progetti immobiliari. The Donald, già allora personaggio controverso ma di crescente fama, era improvvisamente entrato nel mirino dei servizi segreti sovietici, oggi come allora impegnati nel tessere una fitta rete di relazioni con personalità che, al momento giusto, potrebbero rivelarsi utili.

Trump vola a Mosca nel luglio 1987, alloggiando con l’allora moglie Ivana Trump alla Lenin Suite del National Hotel, ovviamente farcita di microspie. Di quel primo viaggio del tycoon statunitense in Unione sovietica il mondo occidentale sa poco, ma al suo ritorno negli States The Donald appare per la prima volta ansioso di darsi alla politica. Appena due mesi dopo la trasferta sovietica, Trump spende quasi 100mila dollari dell'epoca per acquistare intere pagine sui quotidiani nazionali, pubblicando quello che allora considera il suo manifesto politico.

Da quelle pagine pubblicitarie si scopre che uno dei bastioni del Trump-pensiero degli anni Ottanta era attaccare gli alleati, in particolare all'epoca i giapponesi, poiché non spendevano abbastanza per la propria difesa, accollandola agli Usa. «Perché queste nazioni non stanno ripagando gli Stati Uniti per tutte le vite umane e i miliardi di dollari che abbiamo perso per proteggere i loro interessi?», si chiedeva Trump nel lontano 1987.

Ricorda qualcosa? Pochi giorni fa The Donald ha mosso accuse simili alla Nato, in un clamoroso déjà-vu di quel primo manifesto politico di oltre trent'anni fa. Ricordiamo che uno dei pilastri della politica estera sovietica di allora, ma anche di quella russa di oggi, è riuscire a dividere gli Stati Uniti dai loro alleati. Il futuro presidente Usa, in cerca di affari miliardari a Mosca, era stato strumentalizzato?

Quello che è certo è che il Cremlino non si è mai dimenticato dell'amico Donald, anche quando i suoi stessi connazionali gli hanno voltato le spalle. Come accadde per esempio dal 2003 in poi, quando le banche statunitensi rifiutarono di prestare denaro a un Trump in serie difficoltà finanziarie. A salvarlo arrivarono gli “amici russi”, che effettuarono 86 acquisti di svariate proprietà del tycoon pagandole complessivamente 109 milioni di dollari, versati in contanti (alla faccia delle norme antiriciclaggio).

Non solo. Nel 2010 la divisione private wealth di Deutsche Bank prestò a Trump centinaia di milioni di dollari, proprio nello stesso periodo in cui la banca tedesca stava riciclando miliardi di dollari di denaro sporco proveniente dalla Russia, come provato da diverse inchieste. Solo una coincidenza?

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Erano più o meno gli stessi anni in cui The Donald volava in Canada per la posa della prima pietra di un grattacielo da 325 milioni di euro, il Trump International Hotel and Tower Toronto, realizzato grazie ai capitali del socio russo-canadese Alex Shnaider. Un personaggio, quest'ultimo, che « aveva costruito la sua fortuna nella collisione tra capitalismo, comunismo e Kgb alla fine dell'impero sovietico», come ha messo nero su bianco il Financial Times dopo un'inchiesta durata dieci mesi. Un'inchiesta che dimostra come «quella speculazione colleghi il presidente con un torbido mondo post-sovietico, dove si intrecciano politica e arricchimento personale».

Ma il grattacielo di Toronto è solo la punta dell'iceberg degli intrecci fra Trump e Mosca: come ammise candidamente il figlio del futuro presidente, Eric, «noi non ci affidiamo alle banche americane, abbiamo tutti i soldi di cui abbiamo bisogno dalla Russia».

È insomma un Trump profondamente legato all'ex impero sovietico quello che nel luglio 2013 torna in visita a Mosca per presenziare a un evento di grande spessore: l'elezione di Miss Universo. È durante quel breve soggiorno che nasce la leggenda metropolitana del “pee tape”. Come spiega nel suo libro l'ex direttore dell'Fbi James Comey, The Donald negli anni seguenti era ossessionato dai rumors che narrano come avesse pagato delle prostitute per farle orinare su un letto dove dormì Barack Obama, e soprattutto che la performance fosse stata filmata dai sempre solerti servizi segreti russi. Una storia ovviamente mai confermata, questa del “pee tape”, ma che ogni tanto riemerge come un fiume carsico a tormentare le notti di Trump.

Quel che è certo è che, quando il 16 giugno 2015 lo spregiudicato tycoon annuncia di presentarsi alle primarie per le presidenziali, al Cremlino si brinda: per la prima volta da decenni c'è la speranza che alla White House approdi un amico della Russia, ben più malleabile del duo Obama-Hillary ma anche dell'ex sfidante repubblicano di Barack, quel Mitt Romney che definì Mosca «il nostro nemico numero uno». È quell'amico americano che già in campagna elettorale declamava - dal vivo e a suon di tweet - la forza e la lungimiranza di Putin: il compagno Trump. Mosca doveva aiutarlo nella sua scalata alla Casa Bianca. A ogni costo.

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