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«Israele Stato-Nazione degli ebrei», ecco perché la legge fa discutere

La riunone della Knesset  per il voto della controversa legge su Israele Stato-Nazione degli ebrei - / AFP PHOTO / MARC ISRAEL SELLEM / Israel OUT
La riunone della Knesset per il voto della controversa legge su Israele Stato-Nazione degli ebrei - / AFP PHOTO / MARC ISRAEL SELLEM / Israel OUT

Chiunque sia stato in Israele, atterrando a Ben Gurion non ha mai pensato di arrivare in un luogo diverso dal paese degli ebrei. La Menorah e la stella di Davide come simbolo dello stato; le strisce azzurre nella bandiera che ricordano il tallit, il mantello di preghiera ebraico. La lingua. E l’HaTikvah, la speranza, l’inno bellissimo e carico di tristezza, scritto da Samuel Cohen.

Da oggi, passata in parlamento la legge “Israele Stato-Nazione degli Ebrei”, il paese è lo stesso di ieri. Ma in un’epoca di nazionalismi, sovranismi e tribù, la domanda è se Israele sia anche la stessa democrazia di ieri. Adalah, il Centro legale per i diritti della minoranza araba, la definisce “una legge coloniale”.

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Verificata la sua applicazione potrebbe essere anche peggio. Per ora è quanto meno una legge onomatopeica: non se ne sentiva la ragione se non per affermare l’aspetto etnico e nazionalistico di un paese e una storia uniche al mondo.

Alla Knesset non è stato un passaggio facile: 62 favorevoli, 55 contrari, due astenuti. Fra questi e i contrari molti vecchi rappresentanti della destra, come Benny Begin, figlio di Menahem, l’ex premier del Likud: nazionalista si, ma convinto che anche la democrazia sia un valore fondamentale per la sopravvivenza dello stato degli ebrei. Il provvedimento aveva rischiato di non passare, dopo un dibattito durato anni. Il risultato della legge che ha valore quasi-costituzionale (nel paese non esiste una Costituzione) è questo: “Israele, patria del popolo ebraico”; “La realizzazione del diritto di autodeterminazione nazionale in Israele, è unica per il popolo ebraico”; “Gerusalemme unita come capitale”; l’ebraico come lingua ufficiale (status speciale per l’arabo, promette il premier Bibi Netanyahu”); “Lo stato guarda allo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere la sua realizzazione e consolidamento”).

Quale sarà il posto della minoranza araba, cioè di quei palestinesi che nel 1947/48 non fuggirono o non furono cacciati quando nacque lo stato d’Israele? Una minoranza cospicua: più di un milione e 600 mila musulmani e cristiani, il 20,7% della popolazione d’Israele. Alla Knesset ci sono più deputati arabi di quanti ne abbia il parlamento della Giordania, dove i palestinesi sono più del 60%. Ma rispetto agli ebrei, gli arabo-israeliani restano cittadini di seconda categoria sotto tutti gli aspetti politici, sociali ed economici. Inoltre la legge non indica quali siano i confini dello stato degli ebrei: fino a che non nasce anche uno stato dei palestinesi, Israele non avrà frontiere orientali certe. Il punto che riguarda l’ “incoraggiare l’insediamento degli ebrei” solleva molte preoccupazioni riguardo al moltiplicarsi delle colonie ebraiche in Cisgiordania, i territori palestinesi occupati da 50 anni.

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Se la legge sullo stato-nazione sembra non essere solo onomatopeica ma qualcosa di peggio, le cose potevano essere anche peggiori. Nel corso del dibattito era stato proposto di limitare i poteri della Corte suprema, costringendola a far prevalere la natura ebraica sopra quella democratica dello stato (l’idea era della ministra della Giustizia). Inoltre si voleva legalizzare la segregazione nazionale o religiosa delle minoranze. Il pericolo non è scampato: chi proponeva clausole così liberticide è sempre al governo.

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