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Dazi: dalle auto alla soia, cosa cambia dopo il vertice Usa-Ue

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IL VERTICE DI WASHINGTON

Dazi: dalle auto alla soia, cosa cambia dopo il vertice Usa-Ue

Più che una pace, un armistizio. Il vertice di mercoledì fra Donald Trump e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si è chiuso con una dichiarazione che congela la guerra commerciale fra i due. Almeno per ora. Trump non imporrà nuovi dazi sull’import di automobili europee, prospettiva che aveva mandato nel panico l’industria di settore (con conseguenze stimate, in negativo, fino a 45 miliardi di dollari). La Ue, dal canto suo, si impegnerà ad aumentare gli acquisti dagli Usa in segmenti come agricoltura ed energia, oltre a collaborare con Washington per «risolvere le questioni relative ai dazi su acciaio e alluminio e le loro ritorsioni». Sul lungo periodo l’obiettivo è di arrivare addirittura a un regime di «zero dazi, zero barriere e zero sussidi sui beni industriali», anche se nessuna delle due parti in gioco ha fissato scadenze. Trump non è nuovo a sbalzi di umore, come testimoniano anche le “trattative” condotte finora contro il suo principale avversario economico del momento, la Cina.

Il perché dell’incontro
La visita di Juncker, sfociata in un vertice di oltre quattro ore, è nata con l’intenzione di frenare la guerra commerciale scatenata da Trump contro il resto del mondo. Inclusa l’Europa, già colpita da dazi su alluminio e acciaio (al 10% e al 25%) e minacciata in tempi più recenti da nuovi balzelli sull’automotive. Per il momento gli Stati Uniti fissano una tariffa del 2,5% sulle importazioni di auto dall’Europa, mentre l’Europa impone dazi del 10% sulle vetture acquistate dagli States. Trump giudica l’accordo svantaggioso e aveva minacciato su Twitter di alzare l’asticella dei dazi al 20%, con effetti imprevedibili sul settore che rappresenta la seconda voce dell’export Ue negli Stati Uniti. Secondo dati dell’Us Census Bureau, l’equivalente americano dell’Istat, le importazioni americane di «moto e veicoli» hanno sfi0rato i 58 miliardi di dollari nel 2018, con un’incidenza del 13,3% su tutti i beni comprati dal Vecchio Continente. Più in generale gli Usa soffrono di un deficit di oltre 150 miliardi nel rapporto import-export: sempre l’anno scorso hanno acquistato dall’Europa beni per 434,6 miliardi di euro, esportandone solo 283 miliardi.

Chi ha ottenuto cosa?
Sia Juncker che Trump hanno parlato di una vittoria, anche se per motivi diversi. Il successo in comune è il raggiungimento di una tregua e l’ipotesi, ambiziosa, di arrivare a una zona di libero scambio fra due blocchi che incidono sul 50% del Pil mondiale. Per il resto, ciascuno ha “strappato” all’altro qualche vantaggio. Juncker ha raggiunto nell’immediato lo stop ai dazi sull’automobile e, in prospettiva, qualche margine di intervento sulle tariffe per acciaio e alluminio. Steven Mncuhin, il segretario del Tesoro americano, ha dichiarato in un’intervista all’emittente Cnbc che non scatteranno dazi sulle auto europee per tutta la durata delle trattative Ue-Usa, galvanizzando i titoli borsistici del comparto auto (solo Volkswagen guadagna oltre il 4%). In più nella dichiarazione congiunta si parla di «risolvere i problemi relativi alle tariffe su acciaio e alluminio», tasto dolente che ha costretto diversi produttori - anche nell’aumotive -a sobbarcarsi costi maggiori sui materiali.

Trump, da parte sua, ha ottenuto dalla Ue un impegno a incrementare le importazioni su vari settori, ma in particolare su due prodotti: soia e gas naturale liquefatto. Per quanto riguardo la soia, gli Stati Uniti devono bilanciare le perdite dell’import dal gigante asiatico: Pechino ha imposto dazi del 25% sui per vendicarsi delle prima ondata di dazi Usa, colpendo un bene che valeva 20 miliardi di dollari di export americano in Cina. L’Europa sarà un «big buyer» per «i nostri agricoltori, sopratuttto nel Midwest», si è compiaciuto Trump. Per quanto riguarda il gas naturale, si tratterebbe solo di confermare un trend già avviato (l’Europa ha già aumentato le sue importazioni nel 2017, facendo crescere la quota di import dagli Usa dallo 0,6% al 5%), secondo il piano sposato dallo stesso Juncker di differenziare la “dieta energetica” della Ue rispetto alle importazioni dalla Russia. Qui, però, le attese dell’inquilino della Casa Bianca rischiano di scontrarsi sui fatti. Un’analisi a cura dell’agenzia Bloomberg evidenzia che il gas «made in Usa» è più costoso e meno abbondante di quello in arrivo dai gasdotti russi. Diversificazione o meno, è improbabile che l’Europa diventi davvero un cliente privilegiato o maggioritario dell’energia statunitense, come ha lasciato intendere Trump.

Tutti felici? No
L’accordo ha incassato diverse reazioni positive, dal governo di Angela Merkel al presidente della BceMario Draghi, oltre ovviamente ai produttori di automobili europee. Ma c’è chi è meno entusiasta. La Francia ha già chiesto «chiarimenti» sull’accordo, mostrandosi scettica all’idea di un’intesa raggiunta sotto al pressing della Casa Bianca (e a nome di tutta la Ue). Diversi analisti interpellati dai media internazionali sottolineano come le promesse dell’uno e dell’altro siano ancora al centro di negoziati, con la possibilità di saltare da un momento all’altro nelle - tante - tensioni che distanziano i partner. Di sicuro c’è una svolta di peso nell’atteggiamento di Trump: la sua ossessione per la «reciprocità» (la creazione di accordi che bilancino il deficit commerciale degli Stati Uniti) ha lasciato il posto a un’intesa bilaterale. «Questo accordo è coerente con la politica della Ue e incoerente con quello che ha sempre detto Trump - fa notare Ilaria Maselli, senior economist del think tank americano Conference Board - Perché promuove il mercato in entrambe le direzioni tutto. Quindi bene, ma resta solo da capire se lo faranno davvero».

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