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Sull’età pensionabile lo zar Putin ora gioca i veri Mondiali

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tra RIFORMe e popolaritÀ

Sull’età pensionabile lo zar Putin ora gioca i veri Mondiali

Si sono radunati davanti alla Duma, poco lontano dalla piazza Rossa, per gridare il loro «no» all’innalzamento dell’età pensionabile, legge che il Parlamento stava approvando in prima lettura. «La riforma - era scritto su un cartello - è un genocidio». Dimostranti accomunati dall’angoscia di chi non sa dove trovare le forze e le risorse per affrontare un cambiamento a cui la Russia non è preparata. Che differenza, nel giro di pochi giorni. Poco più in là, sulla piazza del Maneggio, per un mese è andata in scena la grande festa dei Mondiali. I tifosi di tutto il mondo si ritrovavano qui, canti e balli che presto hanno coinvolto i moscoviti quasi stupiti di trovarsi al centro di questo entusiasmo globale. Ti fermavano per strada, dicevano: «Vedete? Si sta bene qui da noi. Non siamo aggressivi come pensavate».

«La Russia non è mai stata così - riflette Francesca Mereu, giornalista e scrittrice -. Ha conosciuto per la prima volta un’atmosfera di festa simile. Loro abituati a vedersi assediati, d’improvviso si sono sentiti cittadini del mondo. Europei, magari europei “diversi”, ma orgogliosi di essere russi». Non per senso di superiorità nazionalistico, semplicemente perché la tua squadra ha vinto. «Una persona - continua Francesca - mi diceva: “Ci siamo sempre sentiti dire che la nostra mentalità era sbagliata, che era sbagliato tutto quello che avevamo fatto prima. È stato Putin a farci capire che non c’è niente di male a essere russi”». Un’identità nazionale ritrovata, reinterpretata dalle persone e non dalla politica, e a cui i Mondiali di calcio hanno dato modo di esprimersi in un coro multinazionale.

Vladimir Putin ha bisogno che questo entusiasmo non si spenga con il ritorno alla vita di tutti i giorni. Le proteste e il dibattito accesi dalla riforma delle pensioni stanno mettendo alla prova la sua popolarità, forse come mai finora. Francesca Mereu ha scritto un libro, Il grande saccheggio (Le Mezzelane, 2018), in cui si propone di raccontare il passaggio dalla Russia di Boris Eltsin all’avvento al potere di Putin dal punto di vista della gente comune. Cercando di scomparire, ride l’autrice, «perché non è il mio punto di vista quello che interessa». E perché «la Russia la capisci se parli del cittadino russo, non solo del Cremlino. Noi giornalisti copriamo la politica, analizziamo...io ho voluto mostrare la politica vissuta, applicata alla persona».

Così, il passaggio dal comunismo al capitalismo si traduce nell’immagine di una signora che nei dolorosi anni 90 chiede alla commessa di un negozio di prendere in mano una confezione di Ritz, per vedere come sono fatti. I cracker costano 60 rubli, poco più di un dollaro: troppo per una pensione che consente solo pane, patate e kasha, la polenta dei russi. Quando Francesca le mette in mano i rubli, abbassando gli occhi la signora chiede di poterli usare per comprare del latte.

«I russi - scrive Mereu nell’introduzione al libro - ricordano con orrore il periodo successivo al crollo dell’Unione Sovietica, quando i loro risparmi si sono volatilizzati a causa dell’inflazione. È in quegli anni che la Russia è diventata un Paese fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti». Come ded Boris, il nonno acquisito di Francesca: veterano dell’Armata Rossa, comunista convinto, perennemente in giro per Mosca, nei negozi vuoti, in cerca di qualcosa da mangiare da portare a casa. Non si è mai comprato la macchina, racconta Francesca, risparmiando ogni copeco per poter regalare un giorno un appartamento ai due nipoti. Finché, nel giro di una notte, la liberalizzazione dei prezzi ha distrutto i suoi risparmi e quelli di milioni di russi. Pochi giorni prima «il suo Paese era stato cancellato dalla carta del mondo».

I maledetti anni Novanta, i fantastici anni Duemila: che ci sia di mezzo la ripresa dei prezzi del petrolio o no, per i russi che sono tornati ad avere uno stipendio o una pensione sicuri, a viaggiare e a comprare casa, il merito è di Putin. Nel marzo scorso il presidente si è ripresentato alle elezioni per la quarta volta: la sua vittoria era scontata, ma non la percentuale di voti che avrebbe raccolto. All’imbarco del volo per Mosca, a Malpensa, c’era anche Francesca: «Vedrai, ha ancora una popolarità enorme, ho scritto un libro per spiegare come mai. La risposta è nella gente». Il presidente è stato rieletto con il 77% dei voti. «Noi ci chiediamo come mai un popolo sceglie un dittatore - riflette ora l’autrice -. Quando soffri e hai fame, e da un giorno all’altro ti ritrovi da professore universitario a persona senza niente da mangiare...bisogna stare attenti a giudicare. Questa “dittatura democratica” di Putin forse è quella che va bene a loro e che loro hanno scelto, anche se non è il sistema che vorremmo noi per la Russia».

Forse avrebbe cambiato idea perfino nonno Boris, che credeva nel comunismo e nel giorno delle elezioni si vestiva a festa, prendeva sottobraccio nonna Valentina e andava a votare per il Pc di Ghennadj Zjuganov: «Non ha mai votato per Putin - racconta Francesca -, diceva che Zjuganov era l’unico che avrebbe potuto riportare la Russia della sua giovinezza. Credeva nel comunismo come ideologia, non come dittatura. Ma chissà, se fosse ancora vivo forse ora sarebbe per Putin».

La copertina del Grande saccheggio è una fotografia del 1993, un mercatino improvvisato nella periferia di Mosca dove un uomo cerca di vendere le sue cose. Se ne vedono ancora, magari un po’ lontano dal centro, pensionati che offrono quel poco che hanno. La povertà degli anni 90 è ancora realtà nelle campagne russe, nei villaggi che si svuotano o dove restano soltanto gli anziani. E Putin sembra consapevole che con la riforma delle pensioni rischia grosso. Sa che è un passaggio inevitabile in un Paese che vive da anni un calo demografico, e sa che sarà incredibilmente impopolare chiedere nuovi sacrifici a chi, per definizione, è più vulnerabile. Come ha fatto con i Mondiali disertando le partite, pensando all’inizio che la squadra russa sarebbe stata perdente, Putin si è tenuto alla larga dalla preparazione della legge, mandando avanti il governo di Dmitrij Medvedev. Ma non riuscirà a mostrarsi all’infinito al di sopra di tutto: nel bene e nel male, che festeggi o che soffra, questa che sta cambiando è ancora la Russia di Putin.

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