Mondo

Nicaragua, crisi senza fine: almeno 300 morti e proteste contro Ortega

  • Abbonati
  • Accedi
scontri in strada ormai da aprile

Nicaragua, crisi senza fine: almeno 300 morti e proteste contro Ortega

Oltre 300 morti, forse 500, e migliaia di feriti, quasi tutti tra i dimostranti. E' la tragica e irrefutabile misura della crisi in cui versa, oggi e da mesi, il Nicaragua. Il paese centroamericano che nel 1979 si era liberato di una delle piu' brutali dittature latinoamericane, quella di Anastasio Somoza, con la rivoluzione sandinista. E che aveva successivamente resistito ai “contras”, la guerriglia foraggiata dagli Stati Uniti. Ma che ora si trova invece sconvolto dalle proteste contro chi si presenta come l'erede di quella rivoluzione, il presidente Daniel Ortega, accusato di essere lui alla guida d'un regime autoritario, violento, nepotistico e corrotto. Un governo retto assieme alla moglie, l'ex poeta Rosario Murillo, divenuta vicepresidente e considerata l'eminenza grigia alle spalle del suo potere.

Proteste e scontri sono scoppiati in strada ormai dallo scorso 18 aprile, quando le prime dimostrazioni ebbero quale “miccia” ragioni economiche, tagli del governo alle pensioni in seguito revocati. Da allora pero', davanti alla repressione dei manifestanti, l'opposizione a Ortega e' cresciuta, diffondendosi dalla capitale Managua a citta' un tempo roccaforti della rivoluzione quali Masaya e coinvolgendo studenti e universita', scatenando una sempre piu' drammatica risposta delle autorita' e di milizie paramilitari. Le domande si sono a loro volta allargate: al centro sono adesso le dimissioni di Ortega, il cui mandato scade solo nel 2021, e elezioni anticipate. Ortega rifiuta. E la Chiesa cattolica, da sempre influente nel Paese, ha offerto di svolgere un ruolo di mediazione. Di recente, tuttavia, la situazione e' parsa degenerare ancora, con assalti a chiese e prelati.

Ieri una manifestazione pacifica alla quale hanno aderito migliaia di persone si e' svolta a Managua a sostegno non solo della chiesa ma della mediazione, tra slogan che inneggiavano alla “liberta'” e alla “giustizia”. Una piu' piccola dimostrazione di sostenitori del governo nella capitale si e' a sua volta svolta senza incidenti. Ma non e' chiaro se compromessi siano possibili o se si tratti solo di pause nelle crisi e nelle violenza.

I vertici religiosi hanno ribadito che intendono continuare a sostenere un dialogo, anche se il governo li accusa di essersi schierati con l'opposizione. In un sintomo della tensione e confusione che regnano Ortega, in occasione dell'anniversario della rivoluzione il 19 luglio, aveva nel suo discorso ufficiale accusato esplicitamente la Chiesa di esser parte d'un “complotto” contro di lui e di aver consentito depositi di armi nelle diocesi. Nei giorni seguenti aveva invece rilanciato ipotesi di mediazione.

Nel clima rovente, numerosi ex leader rivoluzionari o vicini al movimento che fu il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale hanno condannato, spesso ormai da tempo, Ortega e la sua gestione del potere. Affermano che il dispotismo del Presidente non ha ormai da anni nulla piu' a che vedere con qualunque spinta alla trasformazione politica e sociale che aveva visto mobilitarsi alle origini una vasto movimento fatto di militanti socialisti come anche di cattolici sensibili alla teologia delle liberazione. L'anziano e leggendario ex Ministro della Cultura, scrittore, sacerdote e teologo della liberazione Ernesto Cardenal - che sfido apertamente Papa Giovanni Paolo II rifiutando di dimettersi dall'allora governo - ha condannato quella che definisce alla stregua d'una nuova “dittatura”. Nelle ultime ore anche il fratello di Daniel, Humberto, che era stato capo delle forze armate del Paese, ha additato le autorita' quali responsabili della violenza e fatto appello affinche' vengano eliminate le squadre paramilitari filo-governative. Nei giorni scorsi sono stati denunciati anche almeno otto licenziamenti di medici da ospedali solo perche' avevano prestato soccorso a manifestanti rimasti feriti.

Ortega, che oggi ha 72 anni, e' tornato al potere attraverso elezioni ormai da oltre dieci anni. In precedenza aveva guidato l'originale governo sandinista dal 1985 fino al 1990, quando il Paese, provato dalla guerriglia sponsorizzata dagli Usa e deluso dalle politiche sandiniste e da ritorni della corruzione, lo aveva bocciato alle urne. Dopo tre sconfitte Ortega torno' a vincere nel 2006 e venne rieletto nel 2016, in un voto avvenuto pero' tra vaste controversie e polemiche su irregolarita'. E che vide l'installazione di sua moglie, artefice delle campagne elettorali e dell'immagine, sulla poltrona di vice-presidente. Un chiaro esempio, accusarono fin da subito i critici, di una vocazione ormai dinastica, anche se l'economia ha continuato a crescere in questi anni grazie a un misto di sostegno internazonale e cooperazione interna con il settore privato. Ortega, da un punto di vista economico e sociale, si e' ricostruito un'identita' moderata che si accompagna all'estremismo autoritario nella politica.

Con la crisi tuttora irrisolta, e le proteste di piazza piu' significative dai giorni della rivoluzione, il mese scorso l'amministrazione statunitense di Donald Trump ha preso le prime, seppur leggere misure di condanna di Managua: ha messo al bando alcuni funzionari governativi ritenuti legati alla repressione violenta. Anche questo e' in realta' un segno di tempi mutati quanto difficili: in decenni passati Washington aveva sponsorizzato la guerriglia anti-sandinista, fino al ricorso a manovre-scandalo quali l'Iran-contra, la vendita illegale sotto la presidenza di Ronald Reagan di armi a Teheran per finanziare segretamente con i fondi raccolti gli arsenali di brutali milizie pro-Usa in Centroamerica. Facendo del Nicaragua l'ennesimo esempio della vecchia teoria della regione quale cortile di casa degli Stati Uniti. Ma in anni piu' recenti la Casa Bianca aveva goduto di migliori rapporti con Managua sotto la leadership del “nuovo” Ortega, ritenuto piu' aperto al business - anche se non alla democrazia.

© Riproduzione riservata