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Nicaragua sull’orlo del baratro. Ortega non cede e rifiuta elezioni…

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repressione in corso

Nicaragua sull’orlo del baratro. Ortega non cede e rifiuta elezioni anticipate

Incanutito, certo. Daniel Ortega, ventotto anni dopo una storica marcia a cavallo nel suo Nicaragua e 33 anni dopo la sua prima vittoria elettorale, è ancora lì, sulla poltrona presidenziale, travolto da una crisi politica ed economica di rara intensità. Sono almeno trecento i morti provocati dalla repressione attuata dal 72 enne Ortega, sempre più indisponibile al dialogo con la società e con la Chiesa. Fermo su posizioni di soppressione delle proteste con qualsiasi mezzo. Il presidente rifiuta la proposta di elezioni anticipate e lo scontro con gli Stati Uniti si fa più aspro: sanzioni e visti negati ai nicaraguensi vicini a Ortega.
Il suo primo mandato l’ha ottenuto nel 1985, inebriato dal carisma di rivoluzionario. Oggi si ritrova accusato di una durissima repressione sulla sua popolazione.

La miccia si è accesa cento giorni fa
Le necessità finanziarie del governo di Managua, hanno spinto Ortega a effettuare, lo scorso aprile, un taglio delle spese sociali e delle pensioni provocando proteste diffuse. Le misure adottate da Ortega si sono rese necessarie per affrontare un deficit di 75 milioni di dollari che minaccia il futuro dell'istituto di previdenza sociale del Nicaragua(Inss). Le manifestazioni in città hanno determinato la “matanza”, la repressione sanguinaria, costata 20 morti; tra questi un ragazzino di 15 anni, Alvaro Conrado, diventato icona della crisi.
Un mese dopo, il 17 maggio, la Commissione interamericana di diritti umani, rilascia un rapporto allarmante sulla crisi del Nicaragua: 76 morti, 868 feriti e 438 persone arrestate indebitamente. Da lì un'escalation di violenze culminata in scontri violentissimi a Masaya, la città simbolo dell'opposizione a Ortega, autodefinitasi “territorio libero”. Il giorno dopo, il consiglio permanente dell'Osa (Organizzazione degli Stati americani), approva una risoluzione – sottoscritta da 21 Paesi - che condanna il governo di Ortega. La replica del presidente non si fa attendere: « Ho sventato un colpo di Stato». E poche ore dopo chiede un aiuto al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.
Le ultime quarantotto ore sono quelle in cui i toni si alzano e gli Stati Uniti intervengono: l'amministrazione Trump sostiene la responsabilità di ultima istanza del presidente Ortega e della moglie, la vicepresidente Rosario Murillo. «Questo è l'inizio delle sanzioni, non la fine», sentenzia un comunicato della Casa Bianca.

Dal sandinismo alla repressione
Che cosa resta della Rivoluzione sandinista, che il 19 luglio ha compiuto 39 anni? «Poco – secondo Sergio Ramirez, scrittore che nel 2017 si è aggiudicato il premio Cervantes – soprattutto perché in Ortega, all'indomani della sua ultima vittoria elettorale, ottenuta nel 2006, si è rafforzata la convinzione di detenere il potere a vita. La riforma costituzionale che consente di vincere le elezioni con solo il 35% dei voti, ne è l'esempio più eclatante».
Le colpe di Ortega, gravissime, non sono le uniche. Michael Hudson, economista dell'Università del Kansas, afferma che “«la crisi del Nicaragua è, in miniatura, molto simile a quella delle banche americane, nel 2008: una bolla finanziaria conseguente al meccanismo dei derivati vincolati al settore immobiliare».

Insomma una crisi sociale innescata sulla replica di un crack già visto 10 anni fa: il Nicaragua, con i suoi 6 milioni di abitanti, è anche il Paese scelto per il secondo canale bi-oceanico, dopo quello di Panama. Il programma dei lavori, per ora, non può certo decollare.

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