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Armi stampate in 3D, come funzionano e quanto sono pericolose

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Armi stampate in 3D, come funzionano e quanto sono pericolose

All’ultimo momento, l’intervento di un giudice federale Usa ha impedito a una piccola società americana, la formalmente no-profit Defense Distributed, di pubblicare gli schemi per la realizzazione di nuove armi da fuoco con stampanti 3D sul proprio sito Internet. La decisione blocca un precedente accordo raggiunto direttamente dagli uffici dell’amministrazione federale, che si era espressa favorevolmente alla pubblicazione di nuovi schemi di armi da fuoco sul sito della società texana. Il discorso è però lungo e sfaccettato, e merita di essere raccontato.

Cosa sono le armi 3D
Le stampanti 3D non sono una novità: i primi modelli, costosi e poco efficienti, furono realizzati e commercializzati alla fine dello scorso decennio. Con una stampante 3D, è possibile realizzare oggetti (in genere in materiale termoplastico) partendo da un disegno tridimensionale, fatto con appositi programmi Cad (Computer Aided Design) o scaricato da Internet bello e pronto. Man mano, negli anni le stampanti 3D sono migliorate, sia dal punto di vista della velocità di esecuzione sia in quello delle capacità funzionali. Secondo i dati della società di ricerca Context, dal 2015 ad oggi sono state vendute nel mondo circa un milione di stampanti 3D, con prezzi che variano da diverse centinaia di dollari a diverse migliaia, a seconda del modello.

Nel 2013, una società di Austin, Texas, la Defense Distributed, fondata dal sedicente “cripto-anarchico” Cody Wilson, realizzò gli schemi di un modello di pistola, chiamato “Liberator”, che può essere creata interamente tramite stampa in 3D con polimeri termoplastici, con l’eccezione del percussore che è in metallo (un pezzo comunque facilmente realizzabile rivolgendosi a un tornitore). Gli

Cody Wilson, fondatore della Defense Distributed, con un modello di pistola Liberator. (Jay Janner/Austin American-Statesman via AP, File)

schemi della Liberator si diffusero presto in Rete. In base a una legge federale statunitense, il Undetectable Firearms Act del 1988, la realizzazione e la vendita di armi da fuoco che non contengono abbastanza metallo per essere rintracciate tramite strumenti tecnologici (metal detector) nei luoghi pubblici come aeroporti e palazzi di giustizia, sono illegali. Ma la legge ha una scappatoia,

perché non è esplicitamente scritto che le parti in metallo che rendono rintracciabile l’arma non devono essere rimuovibili. I produttori di schemi di pistole 3D, tra cui la Defense Distributed, hanno approfittato di questo buco nella legge per creare progetti dove sono presenti in teoria delle parti metalliche, che però possono essere rimosse (o non installate dall’origine) senza pregiudicare il funzionamento dell’arma. Insomma, basta che nel progetto il metallo venga usato principalmente per scopi unicamente decorativi e non funzionali, e la legge può essere aggirata.

Di fatto, progetti di questo tipo sono quindi stati pubblicati sul web. La stessa Defense Distributed ha realizzato appunto il modello base Liberator, ma anche altri, tra cui anche alcune componenti per il famigerato AR-15, il fucile semiautomatico spesso utilizzato nelle numerose stragi che periodicamente accadono in scuole e altri luoghi degli Stati Uniti.

Una caratteristica delle armi realizzate con stampanti 3D è anche quella che ha portato alla nascita del loro nomignolo: “ghost guns”. Infatti queste non sono registrate, non possono essere tracciate e non hanno un numero di serie.

Trump: le armi 3D «non hanno molto senso»
Il presidente Usa Donald Trump non ha mancato di intervenire sulla vicenda martedì via Twitter affermando di aver parlato con la National Rifle Association (Nra, la potentissima associazione dei produttori delle armi da fuoco):  «Sto esaminando la questione delle pistole 3D vendute al pubblico - ha detto Trump -. Ho già parlato con l’Nra, non sembrano avere molto senso!». Una affermazione che, così come è, non è facile da interpretare, in puro stile Trump.

La stessa Nra, per ora, non sta effettivamente molto ineressandosi alla questione: il suo business non viene certo messo in pericolo dalla produzione “artigianale” di armi con le stampanti 3D, sia perché la legge americana pone pochissimi divieti alla vendita di armi tradizionali, sia perché il costo di una stampante 3D dalle caratteristiche adatte è ancora ben superiore a quella per l’acquisto di una singola arma.
L’intervento odierno del giudice federale (per la cronaca Robert Lasnik, di Seattle) che ha impedito la pubblicazione di nuovi schemi sul sito della Defense Distributed era stato anticipato da una ingiunzione pubblicata da otto stati Usa e dal District of Columbia (dove si trova la capitale federale Washington), che si erano opposti a un accordo, stipulato nel giugno scorso, tra la stessa Defense Distributed e il governo federale, che aveva deciso che la società texana avrebbe potuto pubblicare legalmente nuovi schemi di armi.

Cosa potrebbe accadere se si diffondessero le pistole 3D

Il blocco deciso oggi dal giudice federale sicuramente segna un punto a favore di chi vede la diffusione delle armi realizzabili con stampanti 3D come pericolosa, ma non è certo decisivo.
Questo, innanzitutto perché schemi di armi già sono stati pubblicati in passato, e anche se attualmente la decisione del giudice di Seattle ne ha impedito l’ulteriore diffusione, così come quella di nuovi modelli presumibilmente più efficaci e potenti, gli schemi già circolano su Internet. E, come ben sa chiunque abbia un po’ di esperienza con la Rete, basta un minimo di capacità tecnica, di tempo e di volontà per procurarsene uno. Anche il fatto che per realizzare armi con stampa in 3D servano modelli di 3D printer di fascia alta, e quindi dal prezzo elevato, sta poco in piedi: basterebbe infatti condividerne l’acquisto tra più persone. E questo nonostante il fatto che i modelli di pistola 3D in circolazione raramente sono in grado di sparare più di uno o due proiettili prima di smettere di funzionare: ciò non ne inficia la potenziale pericolosità, anche perché, appunto, sono assai difficilmente rintracciabili attraverso i metal detector.
Per quanto riguarda la potenza di fuoco, le pistole 3D, pur se sicuramente meno efficaci dei modelli in metallo, possono comunque sparare proiettili in grado di penetrare un cranio umano o una cassa toracica. Quindi la loro pericolosità è assolutamente reale.

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