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L'Analisi|il futuro della city

Brexit, perché Parigi è il più grande ostacolo sulla strada dell’accordo

La debolezza della sterlina registrata in questi giorni conferma la sensazione che i mercati dopo due anni di estenuante attesa attutita appena dall’ottimismo della volontà comincino davvero a temere una Brexit senza rete. L’uscita scomposta della Gran Bretagna dall’Unione europea echeggia da giorni nelle parole dei ministri del governo May – dal moderato Cancelliere Philip Hammond all’ultrà brexiter Liam Fox – ma soprattutto in quelle del governatore della Bank of England Mark Carney che nei giorni scorsi ha accompagnato con un funereo commento la decisione di sostenere la sterlina con un rialzo dei tassi verso livelli mai visti nell’ultimo decennio.

L’impasse anglo-europeo per una soluzione negoziata del divorzio di Londra da Bruxelles è dettata sempre dagli stessi ostacoli, ma, a differenza di un anno fa, il tempo è ormai ridotto ai minimi termini. Il calendario dice otto mesi scarsi – l’exit è fissata per la fine di marzo 2019 -, ma la dinamica istituzionale con i passaggi parlamentari previsti riduce a meno della metà il tempo utile per scavallare una montagna che ha nelle due cime di sempre i passaggi più ostici: la garanzia di scambi commerciali senza frontiere fra Irlanda e Irlanda del Nord e fra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito; lo spacchettamento delle libertà del mercato interno che Londra vorrebbe a più velocità per non perdere i vantaggi del single market sulla manifattura, tutelandosi al tempo stesso dalla libera circolazione dei lavoratori, tenendosi le mani libere sulla regolamentazione dei servizi finanziari.

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È il senso ultimo della proposta messa a punto a Downing Street nelle scorse settimane ed impallinata dal francese Michel Barnier, plenipotenziario della Commissione per la Brexit. Dietro la rigidità presunta di Barnier ci sarebbe la Francia, nell’interpretazione britannica. E così abbiamo visto mezzo governo di Sua Maestà presentarsi al soglio di Parigi. May s’è intrattenuta con Macron, Hammond ha visto Le Maire, Raab s’è misurato con il ministro degli Esteri Le Drian. La percezione, esplicitata dal Cancelliere Hammond alla nomenklatura della City nella ricostruzione del Financial Times, indica la volontà di Parigi di guidare la mano dei negoziatori Ue verso un deal con Londra che finirebbe per limitare gli spazi sui servizi finanziari che il Regno Unito persegue. Hammond avrebbe quindi incoraggiato gli operatori finanziari britannici a cercare vie di crescita alternative ai mercati europei.

La Gran Bretagna da sempre teme le mire di Parigi sul banking e immediati dintorni. Un timore giustificato, che tuttavia andava messo in conto valutando le conseguenze della Brexit. L’arcadia della ritrovata “libertà” dai lacci dell’Ue e lontano dal single market porta con sè il prezzo, inevitabile, di un parziale smottamento dell’industria finanziaria oltre i confini del Regno. A Parigi, a Francoforte e non solo, come sta, in una certa misura, già accadendo. Londra teme una spallata più dolorosa per mano di Parigi nelle stesse ore in cui New York ritrova competitività sulla scia di politiche che la Gran Bretagna non potrà adottare. La prospettiva britannica di ritrovarsi schiacciata fra l’incudine europeo e il martello americano rafforza la mano dei remainers, come mai prima d’ora. Lo suggeriscono i sondaggi, lo conferma il crescente indebolimento dei brexiters in seno al governo e al parlamento. Si consolida così anche l’impressione che un secondo referendum non sia più scenario impossibile. Se dovesse accadere e se il quesito, nel valutare il deal finale raggiunto dai negoziatori, proponesse anche l’ipotesi di restare in seno all’Ue, tutto tornerebbe, drammaticamente, in gioco. È possibile ma il tempo non aiuta. Se ne è perso troppo e il rischio di un’uscita disordinata di Londra dall’Unione è valutato dai mercati come mai prima d’ora. La Gran Bretagna sta già considerandone le conseguenze, lo stesso dovrebbero fare i singoli partner dell’Unione.

Brexit, May cerca sponda allEliseo

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