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Berlino taglia ancora il suo debito e dall’Italia vuole di più

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la posizione dei tedeschi

Berlino taglia ancora il suo debito e dall’Italia vuole di più

Agosto è iniziato in Germania con una buona notizia per i cittadini tedeschi che considerano il debito un’onta: il debito pubblico tedesco, federale e locale, è sceso per la prima volta dal 2010 sotto la soglia dei 2.000 miliardi calando a quota 1.967 miliardi a fine 2017, come riportato dall’ufficio statistico nazionale nei giorni scorsi. Il dato conferma la tendenza in atto sul debito/Pil tedesco, che è previsto scendere sotto la soglia del 60% l’anno prossimo, al 58,25%, tagliando il traguardo di Maastricht per la prima volta negli ultimi 17 anni. E questo nonostante un importante aumento degli investimenti pubblici nel 2019-2022 e l’ossessione dello “schwarze Null”, lo zero nero, niente debito in più.

In Germania quindi, per bucare la notizia, gli impegni nuovamente sottoscritti dal ministro delle Finanze Giovanni Tria, che rassicura sull’«avvio delle misure principali del contratto di governo compatibile con i vincoli di finanza pubblica», sono importanti ma non bastano. Servono i numeri, dunque, va letto il testo della manovra italiana con le sue tabelle.
Angela Merkel non ama prendere posizioni sulle indiscrezioni e attende i fatti, il suo pragmatismo la porta ad aspettare e pronunciarsi o assumere una posizione quando lo scenario è nero su bianco: soprattutto quell’avvio della Flat Tax con un «percorso progressivo di convergenza», quell’«ipotesi inquadrata in un disegno complessivo» andrà giudicata nella forma che prenderà. È la road map della riforma delle tasse che ha il maggior peso e dunque più preoccupa, rispetto al reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni.

La Germania rappresenta nell’area dell’euro e nella Ue il gruppo cosiddetto “core”, quello che ha una posizione più severa nei confronti di Paesi come l’Italia che sono entrati nella moneta unica promettendo la riduzione dell’alto debito/Pil, riuscendoci però poco e a fasi alterne e avendo disatteso le alte aspettative di miglioramento durante gli anni d’oro del whatever it takes e del Qe. La Germania della Merkel è stata in passato considerata la meno severa tra i membri del club core: ma l’elettorato tedesco si sta riposizionando più a destra, dalla Cdu alla Csu all’Spd, al punto che il ministro delle Finanze socialdemocratico Olaf Scholz ha timore di mostrarsi accondiscendente verso l’Italia, correndo il rischio di far perdere altri voti al suo partito Spd, già afflitto da un consenso sceso al minimo dal Dopoguerra. Un’Italia che responsabilmente mantiene la barra dritta nel 2018 e 2019 solo per poi abbandonare il “sentiero stretto” negli anni a seguire, con uno spread ballerino (con un aumento dalla formazione del Governo che rischia di mettere a regime un rincaro della spesa sugli interessi di almeno 2 miliardi l’anno) e una crescita in calo, non consentirà alla Germania di convincere gli altri “core” ad andare avanti con l’Unione bancaria e con i progetti di maggiore condivisione dei rischi e solidarietà.

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Da Bruxelles, in vista delle elezioni del prossimo anno in maggio e dell’ascesa del populismo venato di euroscetticismo, nessuno intende far scoppiare il caso Italia. E dunque, dando la massima fiducia a Tria, nella roccaforte della Commissione Ue ci si prepara per un autunno caldo passando in rassegna tutti gli strumenti a disposizione e tutta la discrezionalità possibile per consentire al ministro del Tesoro italiano, stimato guardiano dei conti pubblici, di far quadrare il tutto come da lui illustrato, il che significa aumentare gli investimenti pubblici dove necessario tagliando la spesa dove possibile, alleviare la pressione fiscale senza far deragliare il deficit, dando seguito alle promesse elettorali Lega-M5S entro i limiti dei vincoli europei.

«Un conto è negoziare una correzione minore dello 0,6% per sostenere la crescita - ammonisce Roberto Gualtieri - un altro è incardinare una misura ingiusta e insostenibile come la Flat Taxm che non esiste in nessun Paese occidentale. Nell’intervista di Tria a Il Sole 24 Ore c’è un’ambivalenza che finchè non sarà sciolta non potrà tranquillizzare nè Bruxelles, nè i mercati». I margini per aiutare Tria a stirare una già cortissima coperta Bruxelles ci sarebbero: l’aggiustamento richiesto potrebbe essere veramente minimo, usando tutta la flessibilità possibile si potrebbe arrivare a un decimale simbolico. C’è la deviazione, ci sono le una tantum, i fattori mitiganti, le risorse europee per aiutare di più su migrazione, su innovazione, ricerca e sviluppo. Ma a tutto c’è un limite.

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