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Dazi, la guerra dell’Ofac, l’ufficio delle sanzioni di Trump

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«AMERICA FIRST»

Dazi, la guerra dell’Ofac, l’ufficio delle sanzioni di Trump

È il crocevia delle sanzioni. L’ufficio che ne tiene la contabilità e ne impone il rispetto. L’Office of foreign asset control (Ofac), parte del dipartimento del Tesoro, è uno degli organismi meno conosciuti dell’amministrazione americana e oggi tra i più importanti. In prima linea nelle straordinarie crociate sanzionatorie di Donald Trump - il presidente che ne sta facendo l’uso più “facile” nella storia recente.

Guarda il video: In vigore le nuove sanzioni Usa contro l’Iran

Dalla Turchia, l’ultimo caso e uno dei più eclatanti, dove la rappresaglia per la detenzione di un religioso statunitense ha aggravato la crisi del Paese e fatto precipitare la lira, di quasi il 30% in agosto contagiando mercati emergenti e globali. Fino alla Russia, dove il rublo è caduto del 6% sui nuovi provvedimenti contro Mosca in risposta all’avvelenamento chimico di una ex spia russa in Gran Bretagna, seguiti a misure scattate in aprile per le «attività maligne» di Mosca. Dall’Iran, dove il rial ha bruciato da gennaio il 60% sul controverso ritorno dell’embargo dopo l’uscita della Casa Bianca dall’accordo nucleare, fino alla Corea del Nord e al Nicaragua.

Il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha già stimato di dedicare metà del proprio tempo alle sanzioni. E Trump in persona ha ripetutamente messo in chiaro di usare questi strumenti economico-commerciali, oltre ai più prosaici dazi, a volte indistinguibili come nel caso turco, quale arma preferita della dottrina di America First. Di una politica estera ispirata cioè a crescente e nerboruto unilateralismo per costringere tanto avversari quanto alleati a scendere a patti. Nonostante sia una ricetta che al di là del merito o dell’efficacia - l’unico potenziale successo, tutto da verificare, è finora la Corea del Nord - ha iniettato un’inedita e pericolosa incertezza negli equilibri internazionali, anche in quelli economici e finanziari.

Ben più che parole e minacce, è l’Ofac il vero barometro dei provvedimenti. Delle dodici agenzie federali con poteri “punitivi” - stando al watchdog Public citizen - è l’unica che nella generale deregulation ha moltiplicato l’attività. I suoi interventi nell’ultimo anno sulle sanzioni sono aumentati del 465%, rastrellando penali per 124,2 milioni. Ed elenca ben 28 programmi attivi basati su «politica estera e obiettivi di sicurezza nazionale» rivolti «contro Stati e regimi stranieri». E non solo, ci sono anche la lotta al terrorismo e a Cuba, al Narcotraffico e alle organizzazioni criminali transnazionali (tra le quali compaiono camorra e ’ndrangheta), i controlli sui diamanti grezzi e la non proliferazione nucleare. E il Magnitsky Act sulle violazioni di diritti umani, che prende il nome di un avvocato russo imprigionato, torturato e ucciso nel 2009.

Se numerosi atti sono stati ereditati da precedenti amministrazioni, sono stati spesso inaspriti o reintrodotti come nella saga con Teheran e su Cuba. L’elenco di persone, enti e aziende al bando - con le Specially designated nationals and blocked persons list (Sdns) - è ormai arrivato a 1.152 pagine, con un aggiornamento di 116 pagine da gennaio. L’anno scorso sono stati aggiunti 944 nominativi, un record dal 2001, dagli attentati alle Torri Gemelle che videro un maggior ricorso alle sanzioni senza mai raggiungere tuttavia i record dell’era Trump. E potremmo essere ancora solo agli inizi: la Casa Bianca, secondo indiscrezioni, entro dicembre avrà aggiunto almeno altri mille nominativi alle sue liste nere.

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