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Arnaldo Cavallari, il «re del pane» papà del rallysmo…

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Arnaldo Cavallari, il «re del pane» papà del rallysmo moderno

Un anno: è già passato un anno da quando, il 2 aprile del 2016, ha dato l’ultimo colpo sull’acceleratore e ha lasciato la compagnia. Veloce come nei rally degli anni 60, quando correva e vinceva. Ma non abbastanza veloce per dimenticarlo, Arnaldo Cavallari. Il “papà” del rallysmo italiano: quattro volte campione italiano con l’Alfa Romeo e con la Lancia, con un quinto titolo (1971) in coppia con Gianti Simoni nella categoria Rally Internazionali Gran Turismo. E poi ancora vincitore di una Mitropa Cup. Nella sua lunga carriera ha pilotato in modo onnivoro, provando anche le Abarth, le Porsche, le Renault.

Aveva capito che la gare su strada, che avevano segnato l’epopea dei motori prima e dopo la seconda guerra mondiale, con la fine della Milla Miglia agonistica stavano per cedere il passo ai rally. E lui decise di correrli tutti, dal Monte Carlo all’Internationale Österreichische Alpenfahrt, dal Tulip alla Sardegna: dove, con certo Sandro Munari come navigatore, vinse. Per poi bissare il successo con a bordo lo stesso giovane co-pilota, nel mese di settembre del 1964, al San Martino di Castrozza.

Grande alla guida, ma con l’occhio fino dello scopritore di talenti, Cavallari aveva subito intuito che quel ragazzino poco più che ventenne stava seduto sul sedile sbagliato: e fece in modo che il Drago prendesse il volante. “Papà” dei rallysti italiani italiani, quindi, ma soprattutto del più grande: che ha sempre ricordato e onorato il debito di riconoscenza nei suoi confronti.

Certo, non possiamo dimenticare le sue doti di imprenditore: il successo ottenuto con mulini e farina, nel mondo in cui era nato, creando la «Ciabatta Polesana» che avrebbe esportato in mezzo mondo e sarebbe poi diventata la «Ciabatta Italia». Era nato il 12 luglio 1932 a Fiesso Umbertiano: il padre, mugnaio, lo aveva allevato tra macine e farine portandolo, quando aveva sei anni, ad Adria. E lui più tardi aveva seguito le orme paterne prendendo la guida dei Molini Adriesi, sperimentando panificazioni diverse con una costante ricerca del nuovo nel rispetto della tradizione.

Non possiamo dimenticare tutte queste cose, ma lo vogliamo ricordare ancora in gara: una su tutte il San Martino di Castrozza del 1971, a bordo di una Lancia Fulvia HF, in coppia con Gianti Simoni. Si arriva alla seconda speciale, in Valstagna. Il cielo rovescia tutto il proprio campionario sulle auto in corsa: sopra, tuoni e fulmini. Sotto, Cavallari e Simoni. A un certo punto, nel bel mezzo del diluvio, sulla Fulvia si rompe il filo dell’acceleratore. Nessuno, nemmeno tra gli intrepidi spettatori, ha un pezzo di corda, uno spago con cui cercare una ricostruzione di fortuna. Ed ecco arrivare l’idea brillante, il colpo di genio e sregolatezza: «Gianti, sentete lì... sul motòr». Ovvero, «siediti sul motore»: con il cofano aperto, per spostare avanti e indietro la levetta del carburatore in base alle caratteristiche del percorso.

Da allora Gianti Simoni è «l’acceleratore umano». Per la cronaca, con il cofano sollevato e Simoni infilato di traverso Arnaldo Cavallari non vedeva più nulla: chiuse la speciale guidando con la testa fuori dal finestrino. Meglio di Gianti Simoni, che la testa se la distrusse per colpa delle vibrazioni del cofano. Eppure, in coppia, portarono a termine la gara, arrivarono dodicesimi assoluti e vinsero la Coppa riservata alle vetture di Gruppo 3. Se poi qualcuno si domanda ancora perché i rally di quel tempo siano rimasti nel cuore...

Come nel cuore di molti è rimasto Arnaldo Cavallari: conoscere il passato aiuta a costruire il futuro. Anche quando è fatto di tecnologie esasperate e di controlli elettronici. Perché in fondo, la Storia con S maiuscola, la fanno ancora gli uomini. Gli innovatori. I curiosi. I coraggiosi. I Cavallari.

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