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Stile e guidabilità per la Café Racer

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Stile e guidabilità per la Café Racer

Il cerchio si è chiuso. Per ora. La Café Racer è l’ultima arrivata e completa la famiglia Scrambler, sempre più marchio a sé nella galassia Ducati. Presentata insieme alla sorella “sporca” Desert Sled, Café Racer rappresenta ciò che il mondo della customizzazione chiede - e realizza - da anni: manubrio stretto e basso, corpo affusolato, codino corto ed estetica ricercata. È la moda che impazza ora, che ha figliato uno stile di vita, un certo abbigliamento, barba lunga e un nuovo alfabeto – quello dei tatuaggi – ben più assortito delle 21 lettere che ci servono per parlare.

Tornando a lei, c’è subito da dire che - a differenza dello stile café racer in senso assoluto - non è estrema e quindi non è scomoda. Ci si inclina in avanti con il busto, ma non ci si sdraia, le pedane non sono troppo arretrate e il manubrio non è troppo stretto. Ergo, la può guidare chiunque, tutti i giorni e anche in due. Moda sì, quindi, ma senza rinunce.

Nella sostanza, riprende ciò che ha introdotto la prima Scrambler, la Icon: telaio a traliccio in tubi tondi d’acciaio, motore bicilindrico 800 raffreddato ad aria da 75 cv e un peso davvero contenuto (172 kg a secco). Quello che cambia tanto è, ovviamente, l’ergonomia, grazie alla ruota anteriore più piccola, da 17” (sulla Icon è da 18” e sulla Desert Sled da 19”), alla gommatura, al manubrio più avanzato, alla sella più alta di 15 mm (805 mm) e al posteriore rialzato di 6 mm. La sella monoposto è finta, si toglie il guscio e sotto c’è il secondo posto per il passeggero. Il numero 54 sulle tabelle è in omaggio al grande campione ducatista Bruno Spaggiari.

Alla guida si apprezza il fatto che è leggerissima e molto agile, ma soprattutto che non è scomoda come la sua estetica farebbe pensare. È stata mantenuta una guidabilità facile, per tutti, perfino confortevole se consideriamo che parliamo di una café racer. Bella frenata, nonostante il disco singolo anteriore, cambio preciso e tanta coppia subito, che invita a buttare dentro le marce senza insistere in allungo. Davvero una media cilindrata piacevole e gustosa. Difetti evidenti non affiorano, se non il fatto che, agli alti regimi, qualche vibrazione si avverte a manubrio e pedane.

Infine il prezzo: quasi 11mila euro. Se si considera com’è fatta, non è un affarone, ma se si osserva quanto bisogna spendere per la stessa tipologia di moto, allora sì, è accessibile. E in più, non è solo una moto da bar. Si guida, e anche bene, senza sacrifici.

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