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Da 007 a «Cars». E l’auto si fece star del cinema

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Da 007 a «Cars». E l’auto si fece star del cinema

Daniel Craig, ultimo 007, con la Db10
Daniel Craig, ultimo 007, con la Db10

La Chevrolet Corvette C1 non muore mai. È un grande classico per la sua categoria, prodotto maturo ma sempre attuale, ci hanno provato in tanti a lasciarsela dietro, ma alla fine la prima a passare sotto la bandiera a scacchi è sempre lei.

Stiamo parlando di auto, ma anche di cinema. Stiamo parlando di un film che ha per protagoniste le auto: Cars 3, terzo capitolo della saga a cartoon che Disney Pixar ha dedicato alle quattro ruote, uscito meno di un mese fa e subito campione d’incassi da un capo all’altro del pianeta. Sarà perché sul grande schermo funzionano le storie piene di grandi sogni, competizione e amicizia. Sarà perché il protagonista è Saetta McQueen, una Chevrolet Corvette, appunto, un po’ campione e un po’ spaccone, tanto simpatica canaglia da risultare irresistibile. Sarà perché i motori al cinema sono una garanzia.

Lo prova la storia del cinema: quando un film ha un’auto al centro della scena, quel film passa all’incasso e quell’auto si consegna all’immaginario collettivo con la patente di leggenda. Leggendario nonché fonte d’ispirazione per gli autori della saga di Cars fu Steve McQueen, attore americano dalla biografia oltre i limiti. Nel 1971 interpreta Le 24 ore di Le Mans, film di Lee H. Katzin sulla celeberrima classica dell’endurance, e indossando una tutina sponsorizzata da Gulf, Heller e Firestone rischia la pelle su una Porsche 911S. Il successo della pellicola non è immediato ma, tempo qualche decennio, l’opera sarà inserita nel club dei film sportivi migliori di sempre. Gare e motori funzionano eccome al cinema.

Diversamente, la saga di Fast & Furious con Vin Diesel al centro non sarebbe durata 16 anni e otto film (per ora). E non avrebbe portato gloria, in tutto questo tempo, a una lunga teoria di marche e modelli, dalla Toyota Supra Turbo Mk IV alla Lexus LF-A, dalla Mitsubishi Eclipse alla Bugatti Veyron, passando per la Honda S2000 e la futuribile Audi R8. Così futuribile da conquistare Tony Stark, alias Iron Man, il più tecnologico tra i supereroi a fumetti Marvel che, nei tre capitoli cinematografici, ha il volto di un problematico Robert Downey Jr. che, quando non indossa l’invincibile armatura, si lancia al volante della germanica coupé. In virtù del contratto di product placement che la casa automobilistica dei quattro cerchi ha siglato con la controllata Disney.

Si chiama Bond (e guida Aston Martin)
Ma tra un brand e un personaggio cinematografico può istaurarsi un rapporto ben più forte di un product placement. Si guardi, per esempio, al legame che da mezzo secolo unisce 007 e Aston Martin, due icone inglesi. Tutto cominciò con Goldfinger, terza pellicola con Sean Connery nei panni di James Bond, prima passerella per la slanciatissima Db5. L’uomo con licenza di uccidere ne recupera appeal, la Aston Martin incrementa le vendite. Cinque anni più tardi, con l’episodio 007 al servizio segreto di sua Maestà interpretato da George Lazenby, si passerà alla Dbs V8 mentre in tempi più recenti a Pierce Brosnan toccherà ridare smalto all’agente segreto sterzando forte una V12 d’argento. E così si arriva ai giorni nostri, con Daniel Craig che si alterna tra Db9 (Casino Royale), Dbs (Quantum of solace), Db5 (Skyfall) e Db10 (Spectre). Anche le leggende, per restare attuali, sono chiamate alla sfida del cambiamento.

La DeLorean di “Ritorno al futuro”

Da Christine alla DeLorean di Doc
L’epopea di 007 suggerisce che l’automobile riesce formidabile interprete del cinema di genere. A prescindere dal genere. Dici action movie e ti viene in mente Un colpo all’italiana, pellicola britannica di Peter Collinson datata 1969 su un gruppo di ladri inglesi che arriva a Torino per portarsi via i ricavi di Fiat e… fuggire a bordo di una flotta di Mini Cooper. Memorabile la scena d’inseguimento sulla pista di prova del Lingotto. Opera di culto, tanto da ottenere un remake nel 2003 (The Italian Job) con cast nuovo di zecca, così come nuove sono le Mini, le prime dell’era Bmw. Dici horror e l’auto è Christine, la macchina infernale, cult movie di John Carpenter tratto dall’omonimo bestseller di Stephen King su una Plymouth Belvedere del 1957 assetata di sangue. Dici fantascienza e ti viene in mente l’incredibile macchina del tempo messa a punto da Doc in Ritorno al futuro di Robert Zemeckis (1985): una scassatissima DeLorean DMC-12 alimentata a “flusso canalizzatore”, l’unica diavoleria capace di portare Michael J. Fox indietro nel 1955.

Dustin Hoffman ne "Il laureato" (Ansa)

Fantozzi e l’Aurelia del Sorpasso
Anche se la si butta in commedia, l’auto fa la sua figura. Cosa sarebbero Jake ed Elwood senza la loro Bluesmobile, la Dodge Monaco berlina con lo stemma della polizia che porta a spasso i Blues Brothers? E cosa sarebbe il nostro Fantozzi senza la sua inseparabile Autobianchi Bianchina che, grazie a Paolo Villaggio, diventa il mezzo di trasporto ufficiale dell’italiano medio? Risate assicurate con la saga Disney di Herbie Un Maggiolino tutto matto che dal 1968 rende iconica la Volkswagen per eccellenza. Giusto un paio di curve e si finisce nel territorio dei film d’autore che pure hanno subito il fascino delle quattro ruote. Il maestro della Nouvelle Vague Jean Luc Godard mette una Ford Thunderbird al centro del suo capolavoro Fino all’ultimo respiro (1960), il genio della commedia all’italiana Dino Risi fa della Lancia Aurelia B24 l’espediente narrativo de Il sorpasso (1962), Mike Nichols affida lo spleen del suo Laureato (1967) a un’Alfa Romeo Duetto rossa fiammante, mentre quel genio di Hal Ashby trasforma una ruggente Jaguar E-Type in carro da morto per Harold e Maude (1971). Per chi non l’avesse capito: il grande schermo adora le quattro ruote. Le coccola e se ne prende cura in maniera quasi maniacale. Come il vecchio Clint Eastwood con la sua adorata Ford Gran Torino.

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