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Montecarlo 1972: così il Drago, il Maestro e la Fulvia 14…

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46 anni fa

Montecarlo 1972: così il Drago, il Maestro e la Fulvia 14 cambiarono la storia dei rally

La Lancia Fulvia HF guidata da Munari e Mannucci nel rally di Montecarlo del 1972 (2002, AFP)
La Lancia Fulvia HF guidata da Munari e Mannucci nel rally di Montecarlo del 1972 (2002, AFP)

Quando correvano Munari e Mannucci, i rally erano rally. Veri. Duri. Massacranti. Non si correva il rischio di scambiarli per qualcos’altro. La sola parola rally evocava emozioni, paure dell’ignoto in agguato dietro una curva, echi di battaglie epiche combattute a colpi di freno e acceleratore. I padri di famiglia comperavano le Fulvia Coupé e andavano in ufficio con un sorriso stampato sul viso, sognando di sfidare le Porsche e le Alpine nelle bufere di neve del Burzet.

Quando correvano Munari e Mannucci le strade erano strade. Piene di traffico nei trasferimenti e ammantate dal buio della notte nelle prove speciali. Con i camion che ti rallentavano e gli abbaglianti che faticavano a intuire il percorso suggerito dalle frenetiche parole del navigatore. In Corsica trovavi l’asfalto pieno di foglie e di castagne, scivoloso come un pezzo di sapone. Al Safari la sabbia e il fango frenavano le gomme, costringendo il motore a una fatica immane solo per liberare le ruote da una mano invisibile che ghermiva, spietata, equipaggio dopo equipaggio.

Quando correvano Munari e Mannucci le macchine erano macchine, lontane anni luce dagli elettrodomestici di oggi. L’Abs era il piede sinistro del pilota che schiacciava, contro natura, il pedale del freno mentre il destro restava affondato sull’acceleratore. Il differenziale autobloccante lo dovevi domare a forza di braccia, come un toro da rodeo nelle praterie del Texas. E proprio come in un rodeo, non avevi la certezza di uscirne vincitore.

Quando correvano Munari e Mannucci la natura si schierava con gli equipaggi di casa. Ghiaccio in Svezia, nebbia fitta in Inghilterra, caldo insopportabile in Marocco. La Francia faceva anche di più, e quando c’era il Montecarlo presentava il campionario completo: acqua, neve, ghiaccio, asciutto, freddo, caldo, freddo, asciutto, ghiaccio, neve, acqua. Assortiti in modo che non capitassero mai quando ne avevi bisogno, disposti con beffarda precisione sempre al contrario di quello che sarebbe servito alla Fulvia HF.

Quando correvano Munari e Mannucci i percorsi erano percorsi. Lunghi, interminabili. Cattivi. Disegnati con spietatezza per fare un dispetto a chi doveva restare in macchina una settimana intera. Per tagliare il traguardo di Montecarlo, ammesso di arrivarci, dovevi fare 5.500 chilometri. Arrivando come una bomba sulle piazze di paesini sperduti nel cuore delle Alpi e accarezzando strapiombi pronti a divorarti facendoti scomparire nel profondo di una valle.

Quando correvano Munari e Mannucci le prove speciali erano prove speciali. Speciali perché lunghe e difficili. Speciali perché fatte in sequenza, una dopo l’altra. E peggio per te se cedevi alla stanchezza o alla fame. Al Montecarlo del 2018 di speciali ne sbandierano ben 17 per 388 chilometri totali. Ma allora, nel 1972, i piloti ne affrontavano 21 in una sola tornata: 1.534 chilometri nei quali la sopravvivenza era già un premio. Poi arrivava la seconda notte: 672 chilometri, altre 11 speciali. Già, i percorsi erano percorsi...

Quando correvano Munari e Mannucci il Turini era un gigante inattaccabile. Schierava i suoi tornanti a difesa delle macchine di casa, seminava la neve sulle discese, disponeva con cura le lastre di ghiaccio all’uscita delle curve prima che gli abbaglianti potessero illuminarlo, calava pareti di roccia come saracinesche a un centimetro dal bordo della strada per spaventare chiunque osasse sfidarlo.

Quando correvano Munari e Mannucci gli avversari si chiamavano Alpine e Porsche, Datsun e Ford. Piloti come Waldegaard, Darniche, Altoonen, Larrousse, Andersson e Andruet facevano paura, perché erano campioni pronti ad afferrare il successo senza concedere nulla. Campioni che solo chi era ancora più campione poteva pensare di battere.

Quando correvano Munari e Mannucci succedevano miracoli. Miracoli fatti di lavoro, sacrificio, perfezionismo. Miracoli fatti di lavoro di squadra, di collaborazione con i tecnici e i meccanici guidati da Gianni Tonti, di preparazioni minuziose sotto la direzione sportiva di Cesare Fiorio e Daniele Audetto. Miracoli fatti di assistenze nel buio della notte e di interventi volanti che solo la Squadra Corse Lancia era in grado di allestire, condotta da due maestri come Luigino Podda e Gino Gotta.

Quando correvano Munari e Mannucci le strade diventavano un trampolino verso la leggenda, le altre macchine scrutavano con rispetto i fanaloni della Fulvia numero 14, i percorsi e le prove speciali non riuscivano a interrompere l’avanzata inesorabile di quel piccolo puntolino rosso e nero con la striscia «Lancia-Italia» che ricordava a tutti da dove veniva, quel miracolo.

Quando correvano Munari e Mannucci il Turini si inchinava, riconoscendo il valore di un avversario troppo forte anche per un gigante inattaccabile. Addolciva i suoi fianchi, accompagnava i vincitori verso il tepore del porto di Montecarlo, verso le prima luci dell’alba. Si ammantava con i raggi del sole e rendeva omaggio a due campioni straordinari, capaci di battere tutti gli altri perché loro, Sandro Munari e Mario Mannucci, il Drago e il Maestro, erano ancora più campioni degli avversari che si paravano sul loro cammino. Poeti, capaci di comporre versi guidando e leggendo le note. Musicisti, in grado di suonare melodie meravigliose usando come strumento un piccolo motore 1.6 inventato contro tutte le regole della tecnica dell’epoca.

Quando Munari e Mannucci vincevano il Montecarlo la Fiat riapriva le catene di montaggio e ridava il lavoro a centinaia e centinaia di operai. I padri di famiglia andavano al lavoro con le Fulvia Coupé sorridendo ancor più convinti di prima. I figli sognavano di diventare campioni. Come il Drago e il Maestro.

Forse è per tutto questo che oggi, quando si dice rally, il pensiero corre veloce alle loro imprese e a quelle degli straordinari campioni che li hanno sfidati a viso aperto. Forse per questo, quando spieghiamo ai nostri figli cos’erano i rally, ci domandano con stupore: «Ma allora, oggi...»?

Forse è per questo che il Drago e il Maestro continuano a vincere, anno dopo anno, ogni 28 gennaio. A tagliare il traguardo tra due ali di folla che li festeggia, con lo stesso affetto, abbracciandoli forte per non perderli nemmeno un istante. E non importa se Sandro ha smesso di correre e il Maestro ci ha lasciati, in silenzio, dividendo per colpa di una sorte malevola una coppia leggendaria.

Non importa perchè ogni anno, il 28 gennaio, Sandro e Mario sono sempre lì. Appena usciti da una settimana di gara, con 5.500 chilometri alle spalle. Seduti nel minuscolo abitacolo di una Fulvia HF con il numero 14 sulle portiere e la scritta «Lancia-Italia» sul muso. Viaggiano tranquilli, curva dopo curva, puntando sicuri verso il traguardo. Assaporando istante dopo istante gli ultimi metri di una vittoria che non avrà mai fine.

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