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Guida autonoma, il sogno infranto di Tesla e Uber

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analisi

Guida autonoma, il sogno infranto di Tesla e Uber

C’è un filo rosso che collega i due incidenti mortali delle scorse settimane, quello di un’auto Uber a guida autonoma (che ha investito una donna) e quello di una Tesla con l’Autopilot inserito, che si è schiantata su un’autostrada di San Francisco, uccidendo il 38enne pilota. Il filo rosso non è tanto quello della ricerca e della sperimentazione della guida autonoma, quanto piuttosto quello della finanza speculativa, che spinge le due aziende a cimentarsi nello sviluppo di questa tecnologia.

Pur se nell’immaginario collettivo annoverate tra le stelle della nuova frontiera tecnologica e innovativa, entrambe hanno scelto di entrare in mercati maturi: la costruzione di macchine l’una e i taxi l’altra. Entrambe proponendo un’innovazione importante. Tesla, vendendo auto solo elettriche e affiancando una fabbrica di batterie. Uber, sostituendo al tassista professionista un autista, in alcuni casi provvisto di licenza, in altri senza nemmeno quella. Entrambe hanno visto la loro offerta accolta con successo, per il seducente contenuto simbolico del prodotto presso un pubblico di nicchia (Tesla) ovvero per questo e per l’effettiva qualità superiore del servizio (Uber che peraltro non produce tecnologia). Tuttavia, ancora nessuna è riuscita a far decollare il suo business, nell’accezione che ancora si dà nella vecchia economia reale: chiudere bilanci in utile e distribuire dividendi.

Alla fine dello scorso anno, Uber ha visto la sua valutazione ridimensionarsi del 30%, a circa 48 miliardi di dollari (dai 69 di qualche tempo fa) soprattutto a causa del ritiro da alcuni mercati di UberPOP e delle difficoltà ancora in piedi per UberBlack. Tesla non naviga in acque migliori. Brucia cassa al ritmo di 8.000 dollari al minuto, secondo Bloomberg, e non riesce a costruire più di 500 auto alla settimana, lontane dalle previste 5.000 (e dalle 8.300 che vent’anni fa uscivano dallo stesso impianto, la Nummi joint-venture Toyota-GM). Entrambe, ancora, hanno continuo bisogno di iniezioni di liquidità da parte degli investitori. Ma quali investitori? Quale finanza?

Ci sono quelli che credono nel progetto e puntano ad esserne partecipi, confidando che un dollaro investito oggi si moltiplichi domani, quando quelle macchine si venderanno e quei taxi porteranno persone – con profitto. Questi investitori si aspettano che l’azienda stia concentrata, ogni giorno, nella risoluzione dei problemi per rendere il progetto profittevole.

Poi ci sono gli altri, che puntano sul titolo sperando che domani possa essere rivenduto con guadagno. Costoro non hanno il tempo né l’interesse ad attendere la soluzione dei problemi e la distribuzione degli utili. Gli serve invece ogni tanto un nuovo progetto, una nuova sfida che possa ammaliare altri giocatori, in modo da rilanciare continuamente. Ecco allora che un costruttore di macchine elettriche (che ancora non riesce a costruirle) e una piattaforma di taxi (che non girano ancora appieno) devono dedicarsi alla guida autonoma, un’altra tecnologia, un’altra sfida.

Questa è un’epoca fantastica, di grandi innovazioni tecnologiche che ci stanno migliorando la vita. Di finanza c’è grande bisogno, perché ogni progetto deve avere la liquidità iniziale necessaria. A questo tavolo, i giocatori d’azzardo inquinano solo i pozzi.

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