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Questo articolo è stato pubblicato il 17 agosto 2011 alle ore 06:44.

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Un'istantanea dell'esistente e una formulazione confusa che prevede tutto e il suo contrario in materia di onorari professionali, ma che sostanzialmente recupera i tariffari professionali "aboliti" dalla Bersani, nel 2006, assieme ai minimi.
Doveva essere la tempesta perfetta che si abbatte sul mondo professionale. L'occasione – forse unica perché dettata dall'urgenza dei conti e da 20 anni di attesa – di scuotere categorie in molti casi sostanzialmente ancorate a regi decreti, fornendo loro gli strumenti organizzativi ed economici (costituire società flessibili e multidisciplinari, fare ricerca o accedere al credito) per ristrutturarsi e uscire dalla crisi.

Quello che, invece, si affaccia con la manovra d'agosto è un temporale estivo e passeggero. Anche perché gran parte delle misure sono già presenti nelle leggi professionali, nei codici deontologici o in regolamenti già in vigore che anticipano le riforme degli ordinamenti che arrancano tra Camera e Senato.

A partire dai compensi, per i quali, dietro a una formulazione confusa, si riavvolgono le lancette dell'orologio. Nel 2006, il decreto legge Bersani aveva già abolito la tariffa minima per i professionisti, con possibilità del cliente di negoziare la parcella. La formulazione contenuta nella manovra, invece, non è altrettanto schietta: «Il compenso spettante al professionista – vi si legge – è pattuito per iscritto all'atto del conferimento dell'incarico professionale prendendo come riferimento le tariffe professionali. È ammessa la pattuizione dei compensi anche in deroga alle tariffe stabilite con decreto dal ministro della Giustizia».

Insomma, il compenso va sì pattuito, ma il riferimento al tariffario recupera una rilevanza che aveva perso nel decreto Bersani. In pratica, si richiamano le tariffe come "base" per il negoziato e al contempo si dà la possibilità di derogare alle tariffe stesse. Che comunque restano applicabili in caso di contenzioso. Per gli ingegneri – ad esempio – in tema di tariffe, costituisce ancora illecito disciplinare (oltre che nullità parziale del contratto) la violazione dell'articolo 2233 del Codice civile, comma 2, in base al quale «in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione».

Mentre, dopo un lungo braccio di ferro con l'Antitrust, gli avvocati hanno rimosso recentemente dal loro codice il collegamento tra illecito disciplinare e Codice civile. Non costituirà più illecito, ma che «la misura del compenso debba essere adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione» resta un "faro" sia nel codice forense sia in quello dei consulenti del lavoro. Più "liberisti", sinora, si sono dimostrati i commercialisti, nel cui codice il compenso è già liberamente determinato dalle parti – senza alcun vincolo di "decoro" – e deve essere commisurato all'importanza dell'incarico, alle conoscenze tecniche e all'impegno richiesti.

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