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Questo articolo è stato pubblicato il 16 dicembre 2011 alle ore 08:10.

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Sarà un esercizio divertente calcolare lo lo 0,76% di 10.000 franchi repubblicani o di 10.000 corone imperiali e regie per una casa sulla Costa Azzurra o in Carinzia. Rivalutazioni monetarie comprese (sempre che siano previste), si arriverà a poche decine di euro. Tanto potrebbe costare l'imposta sulle case all'estero prevista dal Dl 201/2011. Perché l'articolo 19, comma 13, nella versione che passerà in Parlamento, è chiarissimo: il valore degli immobili, su cui si applica l'imposta dello 0,76 per cento, è costituito dal «costo risultante dall'atto d'acquisto o dai contratti o, in mancanza, secondo il valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è situato l'immobile».

La legge, quindi, lascia poco spazio alla fantasia e chi ha la fortuna di avere acquistato l'immobile parecchi anni fa avrà un vantaggio immenso: se trova l'atto di compravendita potrà (anzi, dovrà) calcolare l'imposta su quanto dichiarato nel documento. Quella villa a Mentone comprata dalle famiglie agiate che snobbavano Rapallo a inizio Novecento, la casa in Engadina per non accalcarsi a Cortina negli anni Sessanta, la villa a Corfù ... tutti immobili che, ci si può scommettere, nell'atto d'acquisto hanno prezzi ormai irrisori rispetto a quelli di mercato. Ma il valore, se c'è, è quello. Ed è probabile che i proprietari faranno lo sforzo per trovare i vecchi atti e consegnarli al commercialista. Mentre i tapini che hanno acquistato una multiproprietà nei nuovi villaggi vicino a Cannes, a prezzi che, in alcuni casi, si sono svalutati, si troveranno a pagare molto di più.

La norma, peraltro, non parla neppure di una rivalutazione monetaria: il franco del 1922, o la corona del 1912 e il franco svizzero del 1965 valgono un tantino meno di oggi. Così come la lira del 1910 vale circa 2,5 euro ma con 10mila lire si comprava un signor appartamento in centro a Milano mentre con 25mila euro oggi si compra un box. È quindi prevedibile che quell'alternativa tra prezzo nell'atto e prezzo di mercato attuale diventi oggetto di tentativi di forzature o di modifiche legislative, tanto per complicare ancora le cose. In ogni caso, quando si trova il rogito, dato anche il peso dell'aliquota della nuova imposta, l'esistenza assai estesa delle convenzioni contro le doppie imposizioni e di tasse immobiliari locali basata su criteri più seri, severi e aggiornati da scontare dall'imposta italiana, l'ipotesi che resti ancora qualcosa da pagare al Fisco nostrano è molto remota.

Ma peggio ancora potrebbe andare nel caso in cui il rogito (o atto omologo) non si trovi. Allora la base imponibile andrebbe determinata secondo il valore di mercato rilevabile. Il contribuente (e, a cascata, l'agenzia delle Entrate per i controlli) dovrà scartabellare i borsini immobiliari esteri. Ma quali? In Francia si useranno i prezzi reperibili sugli inserti immobiliari de Le Figaro o quelli di Les Echos? E se le Entrate sceglieranno un altro indicatore il contenzioso sarà inevitabile.

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