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Questo articolo è stato pubblicato il 13 aprile 2012 alle ore 06:43.
È opinione condivisa che l'attuale dislocazione degli uffici giudiziari sul territorio sia irrazionale. Essa, infatti, è il prodotto di esigenze storicamente datate e influenzate da pressioni localistiche. Basti pensare che molte scelte risalgono addirittura ai periodi anteriori all'unità d'Italia, rispecchiando una distribuzione della popolazione ben diversa da quella attuale, una altrettanto diversa composizione dei conflitti in un'economia che da prevalentemente agricola si è trasformata in industriale (o postindustriale) e soprattutto scontando difficoltà di comunicazione oggi ampiamente superate.
Ma in Italia vi è uno zoccolo duro che rende difficile qualsiasi riforma strutturale ed in particolare è impresa disperata ridurre enti o organismi, anche inutili o sovrabbondanti, essendo assai più agevole moltiplicarli. Di conseguenza sarebbe da valutare con particolare favore se Governo e Parlamento dovessero riuscire nell'impresa.
Non starei a sottilizzare sui criteri su cui è fondata la proposta, che ha il tono di uno studio preliminare. La Commissione ministeriale si è preoccupata di rimanere nei limiti posti dalla legge di delegazione (148/2011) e, pertanto, nulla ha detto in ordine alla perimetrazione delle circoscrizioni giudiziarie, ritenendo che fosse fuori dalla delega; e ciò anche là dove avrebbe potuto, la delega prevedendo la possibilità di disaggregare le procure dai tribunali cui sono oggi collegate. È partita da un numero (fissato dal legislatore delegante) di 57 uffici non aventi sede in città capoluogo astrattamente sopprimibili per pervenire a proporre di sopprimerne 37 e, poi, ha ritenuto che delle 220 sezioni distaccate esistenti abbiano ragione di essere soppresse 160. Non sono, tuttavia, individuate nominatim le sedi da sopprimere o accorpare. Ho il timore che, anche per questa ragione, i tempi per tradurla in legge siano molto lunghi e, soprattutto, che nella trattativa la proposta subirà la sorte di molti provvedimenti, con compromessi al ribasso, che ne ridurranno il tasso di incisività.
Inoltre, mi preoccuperei molto delle modalità attuative, che dovrebbero essere rapide e coordinate. E già vedo la difficoltà. Ci sono i magistrati (direttivi e semidirettivi) che perderebbero l'incarico, ci sono i dipendenti (inclusi i magistrati) che dovrebbero essere trasferiti e destinati a nuove funzioni (e noi sappiamo che oggi si ritiene un diritto quesito anche quello ad occupare una stanza o una sedia), ci sono da trovare i locali nei quali sistemare i frammenti di uffici che residuano dalla soppressione o dall'accorpamento, c'è da convincere l'utenza (e soprattutto gli avvocati) che devono abbandonare l'idea di avere l'ufficio sotto casa come una propria e personale dépendance, c'è soprattutto da regolare la maniera di definire il contenzioso pendente presso gli uffici soppressi (e se la soluzione fosse quella di tenerli in vita come uffici "stralcio", nell'immediato gli effetti sulla complessiva amministrazione della giustizia potrebbero addirittura essere negativi). Di ciò la Commissione è stata ben consapevole e nell'ultima parte del suo studio ha suggerito di sfruttare l'esperienza pregressa, allorquando fu introdotto il giudice unico in primo grado (articolo 87 Dlgs n. 51/1998).
Posto che si riesca a varare il provvedimento e ad attuarlo con solerte efficacia, non è da illudersi che in questo modo i mali della giustizia siano risolti. Le cause della disastrosa situazione attuale sono molte e purtroppo tali da non potere essere agevolmente eliminate. Di sicuro, tuttavia, una accorta attuazione del provvedimento, aggredendo una delle cause dei nostri malanni giudiziari, dovrebbe aiutare a migliorare la situazione con un risparmio di spese non necessarie, quali sono quelle che si sostengono per tenere in vita uffici non produttivi. E non è poco.
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