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Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2012 alle ore 11:32.

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Anche una donna attempata e poco attraente può ottenere un posto come hostess se a raccomandarla è un marito che tiene "famigghia". La Corte di cassazione, con la sentenza 16045, ricorda che la minaccia estorsiva si può nascondere anche dietro una richiesta espressa con toni morbidi e concilianti, se chi la fa ha un passato da criminale e note amicizie con clan mafiosi.

Coerente con questo ragionamento, la Corte ha ribaltato la decisione del tribunale della libertà di Palermo, che aveva escluso il reato di estorsione ai danni del gestore di un locale, che aveva reclutato, «solo per quieto vivere», come "donna immagine" una signora in là con gli anni e decisamente fuori dai canoni richiesti per quel ruolo, ma sposata con un picciotto. I giudici di merito avevano "premiato" l'aplomb inglese con il quale l'imputato aveva chiesto l'assunzione della sua metà. Per ottenere quella che è stata considerata, in prima istanza, una spontanea adesione alla richiesta, il marito non aveva fatto alcun cenno alla sua appartenenza ad associazioni mafiose né aveva usato toni intimidatori. Al contrario si era limitato a parlare delle vicissitudini personali dell'aspirante hostess.

La Corte sottolinea, però, che a costringere l'imprenditore all'ingaggio non era stato il racconto del triste passato della signora quanto il timore delle conseguenze di un no nella sua vita futura. La Cassazione non crede, dunque, al lupo travestito da agnello e afferma l'esistenza di un reato continuato. Le hostess erano, infatti, scritturate per eventi particolari. E ogni volta il contratto veniva rinnovato, perché il proprietario del locale si convinceva che la donna, anche se non giovane e non bella, era proprio quella che faceva al caso suo.

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