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Questo articolo è stato pubblicato il 06 maggio 2012 alle ore 15:30.

Per i negozi il passaggio da Ici a Imu sarà un raddoppio secco. Quando va bene. Perché la nuova base imponibile, unita alle aliquote in salita, crea un cocktail ad altissima gradazione fiscale: almeno il 90% in più.
Parliamo di quei quasi due milioni di unità immobiliari che al Catasto sono censiti come C1, cioè negozi e botteghe. Che siano affittati o vuoti, utilizzati o chiusi, non ha importanza ai fini dell'Imposta municipale: nella tabella qui a fianco, articolata per provincia, è stata calcolata l'aliquota Ici media nazionale, cioè il 6,64 per mille, a fronte dell'aliquota Imu minima prevista dal Dl 201/2011 per i fabbricati diversi dall'abitazione principale: 0,76 per cento.
Sono state calcolate, però, anche le diverse basi imponibili: per l'Ici si tratta della rendita catastale aggiornata al 5% e moltiplicata per 34, per l'Imu della stessa rendita catastale moltiplicata però per 55. Il risultato, quindi, è un incremento di gettito pari ad almeno 663,5 milioni. Al minimo, perché la differenza è stata calcolata nell'ipotesi che sia stata applicata, a livello nazionale, l'aliquota minima. Ma si tratta di un'ipotesi molto, ma molto remota: nella realtà, le aliquote che i Comuni si stanno orientando ad adottare si avvicinano assai di più a quella massima dell'1,06 per cento. Se consideriamo una via di mezzo tra il minimo e il massimo, cioè un'aliquota media dello 0,91 per cento, ecco che il gettito salirebbe a 1,6 miliardi, con 938 milioni di differenza.
In momento catastrofico per il commercio al minuto, quindi, chi ancora ci lavora subirà un incremento dal 52% in su della vecchia Ici, con tendenza al raddoppio, che in termini assoluti vuol dire una media nazionale di 350 euro in più dall'Ici all'Imu, ma a livello medio di provincia sui va dai 170 euro in più della provincia di Asti ai 606 di quella di Firenze. Queste differenze, tra l'altro, la dicono lunga sul meccanismo di calcolo della base imponibile, che ormai ha un legame molto labile con la realtà commerciale delle province: che ad Asti il giro d'affari sia un quarto che nel Fiorentino è tutto da dimostrare. E che nel Milanese il negoziante debba sborsare 509 euro in più mentre nel Sassarese l'aumento sia 489, solo 20 euro in meno, appare un po' ridicolo. Così come (si vedano gli esempi) che lo stesso negozio a Palermo paghi poco meno che a Torino. Senza contare poi l'aspetto pesantissimo dello sfitto: le serrande chiudono a ritmo frenetico e i proprietari che non trovano più inquilini si trovano penalizzati dall'Imu. Se quindi per i non molti fortunati che ancora riscuotono un affitto il sacrificio è più o meno accettabile, per gli altri rappresenta una perdita secca che si aggiunge alla mancata locazione.
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