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Questo articolo è stato pubblicato il 23 giugno 2012 alle ore 08:15.

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BRESCIA
«Ho dei dubbi sull'applicazione degli studi di settore ai professionisti. E comunque vanno aggiornati con criteri che tengano conto delle caratteristiche dell'attività svolta; per esempio la componente intellettuale che non può essere calcolata solo in base al numero di dipendenti o al fatturato». La dichiarazione ad effetto, tenuto conto che stava parlando a professionisti, Attilio Befera, direttore dell'agenzia delle Entrate, l'ha sparata nel mezzo del suo intervento ieri al Festival del lavoro, la manifestazione organizzata a Brescia dal Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro e dalla Fondazione studi.
Anche se non significa che le cose cambieranno immediatamente, l'affermazione è stata accolta con una certa soddisfazione dalla platea presente al Teatro Grande perché questo tema costituisce un nervo scoperto (si veda l'altro articolo qui sotto).
Le riflessioni di Befera, però, non danno risposta a una domanda che i consulenti del lavoro, ma non solo, si stanno ponendo. «Finora gli studi – afferma Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale consulenti del lavoro – erano basati sulle tariffe, ma ora che sono venute meno è necessario capire su quali punti di riferimento verranno elaborati i nuovi strumenti di accertamento».
Minore è stato l'apprezzamento dei presenti quando il direttore generale delle Entrate ha affermato che «gli uffici periferici non applicano in modo automatico gli studi di settore, ma c'è sempre contraddittorio». La dichiarazione è stata accompagnata da un forte brusio di disappunto della sala, a sottolineare che la realtà è differente dalla teoria esposta da Befera, che però ha rilanciato invitando a segnalare i casi non conformi.
Se verrà verificato che non si è seguita la procedura prevista, ha assicurato il direttore delle Entrate, verranno erogate sanzioni disciplinari ai responsabili, perché, ha ammesso il direttore, con 60 milioni di contribuenti può capitare di commettere qualche errore ma ciò non significa che il sistema nel suo complesso non funzioni.
A proposito di efficienza, sono stati sottolineati i risultati della lotta all'evasione, che negli ultimi tre anni ha consentito di recuperare 35 miliardi di euro ma molto ancora si può fare. Poiché l'Istat stima che quale effetto dell'economia sommersa ci sono 250 miliardi di euro sottratti a tassazione con 120 miliardi di imposte non pagate, recuperando i 50-60 miliardi di euro all'anno che rappresentano l'evasione fiscale si potrebbe ridurre la tassazione sul lavoro.
Nel corso della tavola rotonda, il direttore delle Entrate ha anche sottolineato la necessità di semplificare il sistema fiscale e di recuperare il rappporto con i contribuenti.
«L'impostazione fiscale risale agli anni '70, ma il mondo è cambiato. Inoltre il sistema è divenuto sempre più complesso e già il fatto di pagare le tasse, determina un costo» derivante dalla complessità della materia.
Per essere più credibile lo Stato deve ridurre i suoi sprechi, dato che, come ha sottolineato Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi consulenti del lavoro, l'apparato statale attualmente costa il 16% del Pil, una quota pari a quella prodotta dagli ordini professionali. «In effetti – ha riconosciuto Befera – quando discutiamo con i contribuenti spesso ci viene mossa l'obiezione del perché devono pagare se poi lo Stato spreca. Si tratta di un problema che va risolto per riuscire a cambiare la mentalità che si è diffusa in passato per cui si ritiene furbo chi evade».
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