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Questo articolo è stato pubblicato il 16 luglio 2012 alle ore 06:43.

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Un minimo e un massimo e in mezzo tanta discrezionalità per il giudice: da usare con rigore. Il decreto legge sviluppo (83/2012) riscrive le regole della legge Pinto sulla misura dell'indennizzo per chi ha patito l'irragionevole durata di un processo.
In base al nuovo articolo 2-bis della legge Pinto, ogni anno che ecceda il termine ragionevole può valere da 500 a 1.500 euro. Le frazioni di anno si liquidano solo se superiori a sei mesi. L'indennizzo dovrà essere determinato secondo i principi dell'articolo 2056 del Codice civile: risarcimento della perdita subita e del mancato guadagno, equo appezzamento del giudice sulle circostanze del caso, rilevanza del concorso del fatto colposo del danneggiato per la riduzione del risarcimento. Il nuovo articolo 2 della legge Pinto assegna al giudice anche il compito di valutare «la complessità del caso, l'oggetto del procedimento, il comportamento delle parti e del giudice durante il procedimento, nonché quello di ogni altro soggetto chiamato a concorrervi o a contribuire alla sua definizione».
All'interno di queste cornici, si inseriscono i parametri sui quali il giudice dovrà motivare in concreto l'indennizzo. Intanto, l'esito del processo: conterà se si è vittoriosi o soccombenti e se le domande accolte risultino fondate solo in minima parte. Poi il comportamento del giudice e delle parti: va verificato se il giudice abbia protratto la trattazione per venire incontro alle esigenze delle parti o a causa delle carenze organizzative dell'amministrazione o della sua propria negligenza. Inoltre, occorre valutare la natura degli interessi coinvolti: da essa può derivare una maggiore o una minore sofferenza per il ritardo della decisione. Infine, il valore e la rilevanza della causa, valutati anche in relazione alle condizioni delle parti: per esempio, non soffriranno diversamente un ricco o un povero per un giudizio di separazione tra coniugi eccessivamente lungo, ma il primo soffrirà certamente meno del secondo se il contenzioso riguarda crediti per alcune migliaia di euro. L'indennizzo potrà scendere al di sotto del limite di 500 euro quando, applicando la misura minima per anno, si arrivi a un valore superiore a quello della causa o al diritto accertato dal giudice: l'indennizzo potrà essere al massimo pari a questo valore.
Non è invece riconosciuto alcun indennizzo alla parte soccombente quando sia stata anche condannata per avere agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, né alla parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta conciliativa, quando l'esito del giudizio sia conforme a questa. L'indennizzo è poi precluso nel processo penale, quando per le condotte dilatorie della parte il reato si sia prescritto, e quando l'imputato non abbia depositato istanza di accelerazione del processo nei 30 giorni successivi al superamento dei termini di ragionevole durata. Con una norma di chiusura si esclude l'indennizzo «in ogni altro caso di abuso dei poteri processuali che abbia determinato una ingiustificata dilazione dei tempi del procedimento»: una disposizione che di certo sarà al centro di dibattiti sull'applicazione.
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