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Questo articolo è stato pubblicato il 16 ottobre 2012 alle ore 11:19.

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Claudio Siciliotti, Gerardo LongobardiClaudio Siciliotti, Gerardo Longobardi

Una cosa è certa: ieri sera entrambi i candidati alla guida dei dottori commercialisti si proclamavano vincitori. Situazione a suo modo paradossale, ma esito, che sarebbe stato meglio evitare, di una campagna elettorale aspra e senza esclusione di colpi. Che ha diviso di fatto la categoria a metà. Come del resto testimoniano le urne, fotografia della radicalità della contesa.

Parlino i numeri allora: Claudio Siciliotti, presidente uscente, canta vittoria con i suoi 364 voti; Gerardo Longobardi ritiene di avere tagliato per primo il traguardo con i suoi 358 voti.
Grande la confusione sotto il cielo dunque. Perché la pietra dello scandalo sta a Sud dove i 14 voti di Bari e i 2 di Enna hanno fatto la differenza. A favore di Siciliotti, destinatario di tutti e 16. Partita chiusa allora? Niente affatto, puntualizza Longobardi. Perché quei 16 voti non dovevano neppure essere espressi visto che il presidente, in ambedue i consigli, era dimissionario. «E la legge parla chiaro – afferma Longobardi –. Le dimissioni del presidente hanno come conseguenza di diritto lo scioglimento dell'intero consiglio». E allora "sterilizzati" i 16 voti la vittoria passerebbe nel campo di Longobardi. Certo, ammette Longobardi, la situazione si sarebbe dovuta affrontare per tempo, anche perché era prevedibile che si sarebbe venuta a creare. Ma ormai tant'è.

Siciliotti, da parte sua, replica che gli ordini interessati non sono stati commissariati dal ministero della Giustizia, che può anche avere sottovalutato il rischio di contestazioni, e quindi i voti espressi devono essere conteggiati. Inoltre, Siciliotti ammette che la campagna è stata sofferta e durissima, segno di una situazione di difficoltà che la categoria sta vivendo, ma alla fine ha vinto sul campo: «Anche Wimbledon si può vincere al quinto tie-break». Comunque sull'irregolarità della lista Longobardi (non rilevata, peraltro, dal ministero della Giustizia interpellato in merito) ieri, in concomitanza con le elezioni, è stato presentato un ricorso al Tar; si contesta il trasferimento di Giorgio Sganga da Paola (Cs) ad Aosta solo per motivi elettorali. Sul merito è anche stato presentato un esposto alla procura di Aosta.

Adesso la patata bollente passa al ministero della Giustizia, al quale entro domani andranno trasmessi via Pec tutti i voti. Di norma il ministero entro le 24 ore successive formalizza la nuova leadership. Questa volta però le cose sono più complicate e i tempi potrebbero essere più lunghi proprio per la delicatezza della scelta. Una decisione su Bari e Enna andrà presa. E sicuramente scontenterà qualcuno, aprendo la strada a un ulteriore ricorso con (ovvia) richiesta di sospensiva. Insomma un pasticcio. Tanto che il debutto per il primo gennaio del 2013 del nuovo presidente e della sua nuova squadra potrebbe anche sfumare nell'incertezza.

Paradosso nel paradosso poi, il verdetto rappresenterà probabilmente il passo d'addio della vigilanza della Giustizia sui dottori commercialisti. La legge di stabilità in via di presentazione in Parlamento affida la competenza sulla categoria al ministero del l'Economia nell'ambito di un più ampio intervento sull'assegnazione delle funzioni di vigilanza. Un addio col botto, quindi. E un passaggio nel quale lo staff della Giustizia dovrà dimostrarsi all'altezza della sfida.

Le elezioni di ieri hanno visto per la prima e unica volta dall'Albo unico (nel 2008) la possibilità per ragionieri e commercialisti di presentarsi uniti. Claudio Siciliotti si è presentato con la lista ragionieri guidata da Raffaele Marcello, mentre Gerardo Longobardi con la lista ragionieri di Davide Di Russo. I voti, separati, sono stati 162 per Marcello, contro i 129 di Di Russo e 202 di Siciliotti contro i 229 di Longobardi.

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