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Questo articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2013 alle ore 20:50.

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Via libera al "vaffa" per il capo che fa del mobbing, attenti però a non accompagnarlo con una minaccia. La Corte di cassazione, con la sentenza 4245, sdogana l'insulto come legittima reazione del lavoratore nei confronti di un boss arrogante che provoca e mette in atto dei comportamenti vessatori nei confronti del sottoposto.

La stessa comprensione non la usa però quando dal linguaggio colorito si passa a quello minaccioso. Partendo da questo presupposto "assolve" a metà il ricorrente: annullando da una parte la condanna per ingiurie ma confermando quella per minaccia. La Suprema corte non ha dubbi nel decidere quello che si può dire e quello che non si può quando, come avvenuto nel preocedimento esaminato, si è costretti a fronteggiare uno scontro con un superiore che non solo discrimina il dipendente ma che, per primo, si lascia andare al turpiloquio. Un caso in cui la Cassazione fa passare il principio biblico dell'"occhio per occhio dente per dente", senza chiedere al lavoratore di autocensurarsi in nome della gerarchia. Nella legge del "taglione" i giudici non fanno però rientrare la minaccia "ti spacco la faccia", considerandola di una certa gravità perché "astrattamente tale da incutere timore". Non importa se, come affermava il ricorrente, era stata pronunciata non per "coaratare la libertà psichica" del capo ma per prevenire una sua azione illecita.
Per la Cassazione l'unica reazione e prevenzione possibile è il "vaffa".

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