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Fisco, rischio paralisi per gli uffici

lotta all’evasione

Fisco, rischio paralisi per gli uffici

La macchina del fisco rischia la paralisi. Dalla voluntary disclosure al 730 precompilato, dall'attività di accertamento al nuovo ravvedimento operoso. Le partite più calde e delicate affidate dal Governo all'amministrazione finanziaria (anche e soprattutto per far cassa) potrebbero essere travolte dalla sentenza 37/2015 della Consulta depositata ieri.

I giudici costituzionali (redattore Zanon) hanno dichiarato illegittima la proroga, ormai «seriale», del conferimento nelle Agenzie fiscali di incarichi dirigenziali senza passare prima per un concorso pubblico. L'effetto della sentenza dal giorno della pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» sarà la decadenza dall'incarico dei circa 1.200 dirigenti oggi operativi nelle agenzie delle Entrate e delle Dogane sulla base di nomine avvenute con la stipula di un contratto a termine con funzionari e senza un concorso.
Gli atti emessi
Il problema ruota intorno alla validità degli atti emessi da questi dirigenti. Se per il futuro si dà per scontata la loro nullità, per gli atti passati c'è ancora più di qualche dubbio (si veda il servizio in pagina). Per il sindacato Dirpubblica che ha dato battaglia a ben tre Governi (Monti, Letta e Renzi) sul tema delle nomine senza concorso «un incalcolabile numero di atti e di circolari amministrative (interne ed esterne) rischia di essere travolto dalla nullità delle designazioni». Anche se Enrico Zanetti, sottosegretario all'Economia e segretario di Scelta civica, fa notare che «la Consulta sembra tranquillizzare sulla validità degli atti, dato che ammette la possibilità di delega del potere accertativo da parte del dirigente anche a semplici funzionari».

Per il sindacato della dirigenza pubblica tre Governi hanno tentato, «con decreti legge imposti al Parlamento, di sanare circa 1.200 nomine dirigenziali “fasulle”, effettuate dall'anno 2000 a oggi, nei confronti di funzionari privi della qualifica dirigenziale e spesso anche del diploma di laurea».
Ora la sentenza 37/2015 ha stabilito che «il conferimento di incarichi dirigenziali nell'ambito di un'amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio». Non solo. La Corte sulla base di più precedenti (tra cui la sentenza 192/2002) ha sottolineato come anche il passaggio a una fascia funzionale superiore comporti «l'accesso a un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso».
Le norme sotto esame
Nel mirino della Consulta è finito l'articolo 8 del Dl 16/2012 impugnatoa dal Consiglio di Stato nel corso di un giudizio che aveva riunito tre ricorsi, proposti dall'agenzia delle Entrate, contro altrettante sentenze del Tar del Lazio. Il tribunale amministrativo, infatti, già nel 2011 aveva bloccato le nomine a dirigenti presso le Entrate nei confronti di numerosi funzionari che non avevano svolto il concorso. Le decisioni del Tar sono state impugnate dall'amministrazione di fronte al Consiglio di Stato proprio per non paralizzare l'attività della macchina fiscale, ma nel frattempo il Governo ha emanato il Dl 16/2012, poi convertito in legge, che tentava di sanare la situazione rispetto agli incarichi attribuiti. Poggiando sull'inasprimento della lotta all'evasione, l'esecutivo Monti ha prorogato la possibilità per le Agenzie fiscali a espletare procedure di concorso entro il 31 dicembre 2013 per la copertura provvisoria di posizioni dirigenziali vacanti con la sola stipula di contratti a termine con funzionari interni, con l'attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti, «fino all'attuazione delle procedure di accesso alla dirigenza e comunque fino a un termine finale predeterminato». Questo termine, però, è stato via via prorogato dal 2006 in poi con te delibere del Comitato di gestione dell'Agenzia. E al momento dell'emanazione della norma ora dichiarata illegittima, quel termine risultava fissato al 31 dicembre 2010 e poi ulteriormente differito con delibera del comitato di gestione al 31 dicembre 2012.

Un meccanismo di «proroghe seriali» bocciato dalla Consulta: «Le reiterate delibere di proroga del termine finale hanno di fatto consentito, negli anni, di utilizzare uno strumento pensato per situazioni peculiari quale metodo ordinario per la copertura di posizioni dirigenziali vacanti». A cadere sotto la scure della Corte costituzionale sono anche i due nuovi differimenti del Governo Letta e di quello Renzi disposti con i Milleproroghe di turno.
Resta il problema di cosa fare a stretto giro. Sebastiano Callipo, segretario generale del Salfi (sindacato autonomo laboratori finanziari), auspica una soluzione ponte che garantisca «la continuità dell'azione amministrativa, l'affidabilità degli uffici e tuteli allo stesso tempo i colleghi che hanno svolto gli incarichi direttivi a cui sono stati demandati».

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