Norme & Tributi

Abolire le tasse? Scelta giustificata dalla Costituzione

la provocazione

Abolire le tasse? Scelta giustificata dalla Costituzione

A Telefisco 2016 il viceministro dell’Economia, Luigi Casero, ha annunciato la soppressione di tasse, che danno poco gettito e tanto disturbo, tra cui ad esempio quella per il rilascio del passaporto (73,50 euro) o la tassa sui diplomi universitari (16,00 euro). La notizia è più interessante di quanto non appaia a prima vista. Esistono ragioni di legittimità costituzionale che possono condurre alla eliminazione di tutte le tasse.

La tassa in senso tecnico (a differenza delle imposte) è un corrispettivo a fronte di un’attività amministrativa o giurisdizionale: in senso economico la tassa è analoga a un prezzo. Non è dunque una manifestazione di capacità contributiva. Ma secondo la Corte costituzionale la tassa è legittima perché l’articolo 53 della Costituzione incide sul complesso del sistema fiscale e non su ciascuno dei tributi. In particolare non vieta che la spesa per i servizi generali sia coperta da entrate «che sono dovute esclusivamente da chi richiede la prestazione dell’ufficio organizzato per il singolo servizio» (16/1960; 30/1964). Insomma, le tasse sopravvivono solo per esigenze pratiche di gettito. Il ragionamento della Corte, se risponde a finalità pratiche, dal punto di vista tecnico non regge quando afferma che l’articolo 53 da una parte incide sull’intero sistema, dall’altra non esclude che vi siano tributi nei quali la capacità contributiva è irrilevante, vanificando la giurisprudenza che pone la capacità contributiva come manifestazione di ricchezza che giustifica ogni tributo.

Come si vede, quella della Corte è una giustificazione debole, alla buona, di un istituto anacronistico, sopravvivenza di un tempo nel quale lo Stato si faceva pagare le proprie funzioni, si direbbe il proprio mestiere di Stato. Come si fa a giustificare come utilità derivante dall’attività dello Stato quelli che sono diventati diritti costituzionalmente garantiti? Si pensi al diritto alla tutela giurisdizionale. Quando il cittadino ha concorso con l’imposta alle spese per l’organizzazione della giustizia, far pagare una tassa in occasione del singolo processo che lo riguardi, per l’utilità che gli deriva dalla sentenza del giudice, come dice la Corte, come ulteriore concorso alla spesa pubblica, non solo significa svuotare il principio di capacità contributiva, ma significa giustificare ogni tipo di imposizione. D’altra parte, che la tassa non trovi più giustificazione è dimostrato da come si è modificata l’attività dello Stato in certi settori come l’istruzione, dove è priva di senso la coesistenza della tassa con il presalario o con la borsa di studio. Per non parlare della tassa sul passaporto come concorso alla spesa da parte di chi emigra sulla quale ebbe a ironizzare Luigi Einaudi nel lontano 1950.

Il pagamento di una somma quando si chiede la patente di guida o una licenza commerciale non è il modello di concorso reso alla spesa pubblica voluto dalla Costituzione. Ciò che si è detto sul passaporto e sui diplomi universitari vale per tutte le tasse. Altrimenti la proposta si rivela come ulteriore elemento di discriminazione e confusione del sistema fiscale.

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