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Illecita gestione di rifiuti, la reiterazione esclude la non punibilità

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Illecita gestione di rifiuti, la reiterazione esclude la non punibilità

Con sentenza n. 48318 del 16 novembre 2016 la III sezione penale della Cassazione ha delineato i confini applicativi della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista all’articolo 131 bis del Codice penale in relazione al reato di gestione non autorizzata di rifiuti. In particolare la Corte ha anzitutto stabilito che l’abitualità del comportamento richiesta dalla norma è individuabile anche nella reiterazione di condotte omogenee oggetto del medesimo procedimento. Poiché poi il reato in questione è considerato «eventualmente abituale», solo una effettiva reiterazione costituisce ostacolo alla causa di non punibilità.

Vediamo la vicenda. Alla responsabile di un’attività di gestione di rifiuti veniva contestato di aver raccolto e trasportato, sin dall’inizio del 2012, rottami ferrosi in assenza del necessario titolo abilitativo. Il Tribunale, valutando sussistente la modestia dell’offesa e l’assenza di «precedenti», proscioglieva per tenuità del fatto. Avverso tale pronuncia il procuratore proponeva ricorso per Cassazione. Più precisamente, quest’ultimo deduceva che l’abitualità risultava della reiterazione della condotta.

Nel ritenere fondato il ricorso, la Corte muove dall’analisi dell’articolo 131 bis C.p., che impone al giudice di rilevare se, sulla base dei due «indici-requisiti» della modalità della condotta e dell’esiguità del danno e del pericolo, sussistano gli «indici-criteri» della tenuità dell’offesa e della non abitualità del comportamento.

La sentenza in commento si esprime poi su cosa debba intendersi per abitualità della condotta. Il terzo comma dell’articolo 131 bis non reca alcun indizio che consenta di ritenere che l’abitualità presupponga un precedente giudicato. Di conseguenza, ai fini del giudizio sull’abitualità qui in esame, sono rilevanti pure condotte realizzate nell’ambito del medesimo procedimento.
Da qui, la Corte passa a esaminare la fattispecie di trasporto di rifiuti in assenza di autorizzazione, di cui all’articolo 256, comma 1 del Dlgs n. 152 del 2006. Quest’ultimo è reato «eventualmente abituale», sicché può essere integrato con una singola condotta o con una pluralità. Ebbene, solo qualora il fatto sia realizzato con una unica condotta, il parametro della non abitualità - di per sé in antitesi con qualsivoglia ripetizione - potrà dirsi rispettato.

Tuttavia, nel caso in esame, la reiterazione era evidente, tanto che l’attività di gestione illecita di rifiuti era stata ripetuta nel tempo per ben quattro volte, e lo stesso giudice del merito aveva, anzi, espressamente riconosciuto come l’attività illecita fosse stata reiterata. La Corte, dunque, conclude annullando la sentenza impugnata con rinvio.

I Supremi giudici, con questo “arresto”, operano una certa qual estensione del concetto di abitualità, che risulta quindi piuttosto ampia. Di certo, tale orientamento si pone quale limitazione dell’ambito applicativo della nuova causa di non punibilità, tanto da ridurlo alle sole ipotesi di reati istantanei. E ciò incide certamente sulla frequenza di applicazione dell’istituto alle numerose contravvenzioni ambientali le cui fattispecie sono quasi tutte ricomprese, se si considerassero i soli limiti di pena stabiliti al comma 1 dell’articolo 131 bis.
Insomma, anche in questo caso la Corte assume il compito di limare i contorni di meccanismi che il moderno legislatore non sempre delinea con precisione cartesiana.

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