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Studi di settore, congruità in calo

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Studi di settore, congruità in calo

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Diminuisce il numero degli studi di settore presentati, aumentano gli importi medi dichiarati ma diminuiscono i soggetti “congrui”. Segno, anche, che i correttivi anticrisi riducono il divario tra reddito ipotizzato e reddito reale, ma non ne annullano la distanza. Intanto, dalle Entrate arrivano importanti novità per i contribuenti soggetti agli studi di settore in quanto da ieri sul sito dell’Agenzia è disponibile il software Segnalazioni 2016 con cui il contribuente può segnalare alle Entrate eventuali elementi, fatti e circostanze dalla stessa non conosciuti, semplificando la fase di comunicazione e confronto tra contribuenti e Amministrazione finanziaria.

Modelli 2015 a disposizione

Inoltre, sempre da ieri, i contribuenti hanno a disposizione, nel proprio cassetto fiscale, i modelli degli studi di settore presentati per il periodo d’imposta 2015 e l’esito dell’applicazione degli studi di settore, ricalcolato sulla base dell’ultima versione del software Gerico. Sullo stesso sito delle Entrate, infine, sono pubblicate le statistiche dei dati degli studi di settore, dichiarati dai contribuenti,aggiornate al 2015. E, utilizzando un’applicazione ad hoc, gli utenti potranno conoscere il numero delle posizioni, i ricavi o i compensi dichiarati e la percentuale di contribuenti congrui e non. Le interrogazioni possono essere effettuate per anno, macrosettore e tipologia di dichiarazione presentata o per singolo studio di settore.

I numeri degli studi di settore

Tornando ai dati numerici sugli studi di settore, i dati diffusi ieri indicano che tra 2013 e 2015 il numero delle posizioni è sceso da 3,81 a 3,46 milioni; una flessione di circa 342mila unità che è la conseguenza da un lato della chiusura di partita Iva per effetto della crisi ma anche causata dal passaggio al regime dei forfettari che non applicano gli studi. In flessione (ma meno rispetto alle posizioni) anche i volumi dei ricavi e dei compensi che scendono dai 781 miliardi del 2013 ai 742,2 miliardi del 2015 (-390 miliardi); comunque sia, il dichiarato medio per posizione si attesta a 213.989 euro, frutto però della media tra gli 85.476 euro delle persone fisiche, i 244.231 euro delle società di persone e i 634.441 delle società di capitali.

Per quanto riguarda, invece, la fedeltà delle dichiarazioni a quello che gli studi ipotizzavano, nel 2015 le posizioni “congrue” sono risultate pari al 64,97%, un dato in decisa flessione rospetto al 66,23% del 2014 ma soprattutto al 71,94% del 2013. Inversamente, sono aumentate le posizioni non congrue (1.215.048) che sono salite a quota 35,03% contro il 33,77% del 2014 e il 28,06% del 2013. Se consideriamo anche i contribuenti che sono diventati “congrui” adeguandosi agli studi di settore il dato del 2015 sale al 73,63%, che si confronta con il 75,12% del 2014 e l’80,52% del 2013.

L’impatto dei correttivi

Numeri che inducono a ritenere che, nonostante gli “sforzi” di adeguamento degli studi di settore attraverso lo strumento dei correttivi, si amplia il divario tra il reddito “stimato” degli studi di settore e quello reale (o comunque dichiarato dai contribuenti). Comunque sia, i correttivi hanno “lavorato”, tanto che 313.418 posizioni (il 13,91% dei non congrui) sono diventate “congrue” proprio grazie ai correttivi che hanno “abbattuto” ricavi per oltre 1,6 miliardi di euro. Correttivi che sono intervenuti anche sulle altre posizioni non congrue (1.092.998) e pur abbattendo redditi o ricavi per oltre 2,2 miliardi non sono riusciti a portare i soggetti in ambito di congruità.

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