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Bilanci, le imprese lanciano l’allarme

CONTABILITÀ

Bilanci, le imprese lanciano l’allarme

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Proviamo a fare un esempio che riguarda la vita di tutti i giorni. Riuscireste a vedere un programma senza un decoder digitale terrestre già incorporato o esterno al vostro televisore? La risposta è fin troppo evidente. No, perché manca uno strumento per tradurre il segnale che arriva dall’antenna nell’apparecchio. Fatte le debite proporzioni, è un po’ la situazione che sta vivendo oltre un milione di imprese costrette ad arrancare in un quadro normativo che non permette di avere alcuna certezza su come calcolare le imposte dovute al Fisco in base ai bilanci 2016 che si chiuderanno in primavera. Già, perché al Testo unico delle imposte sui redditi manca un decoder per decrittare le nuove regole sui bilanci introdotte dal decreto legislativo 139 del 2015 (il provvedimento che ha recepito la direttiva comunitaria in materia) e in base alle quali l’Organismo italiano di contabilità (Oic) ha rilasciato poco prima di Natale una versione rivista e aggiornata di 20 principi contabili. E ieri i problemi che le imprese stanno vivendo sono emerse in tutta la loro gravità durante la giornata di studio dal titolo «I nuovi principi contabili» organizzata di Confindustria, che ha visto confrontarsi rappresentanti del mondo delle imprese, tecnici dell’amministrazione finanziaria e professionisti.

A lanciare il grido d’allarme è stato il presidente del Gruppo tecnico per il Fisco di Confindustria, Carlo Bonomi: «Nel 2017 oltre un milione di imprese non sa come calcolare le imposte. Lo trovo imbarazzante. Credo non sia da Paese civile». Tanto per far capire quale sia il gap in termini di competitività del sistema fiscale italiano, Bonomi ha citato il rapporto annuale «Paying taxes» realizzato da World bank dove l’Italia si piazza nelle retrovie con una notevole distanza dai principali competitor occidentali e occupa una posizione peggiore, tanto per fare un esempio, anche del Botswana. «Credo che il Fisco italiano - ha aggiunto Bonomi - meriti qualcosa di più. Non è colpa dell’amministrazione finanziaria perché negli ultimi mesi abbiamo lavorato in un’ottica di sistema. Spero e auspico che questo problema venga risolto al più presto perché colpisce le piccole e medie imprese che sono l’asse portante della manifattura in Italia».

Un problema serissimo, dato che le difficoltà a chiudere i bilanci si traducono nell’impossibilità di avviare piani di investimento e rischiano di ripercuotersi pesantemente anche sull’accesso al credito, aggiungendo così un ulteriore livello di complicazione. Come ha ricordato anche Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, in apertura dei lavori del convegno, il punto dolente è rappresentato dalla mancanza di una norma di raccordo su cui comunque è stato svolto un lungo e intenso lavoro insieme ai soggetti coinvolti negli ultimi mesi e su cui si continuerà a lavorare proprio nell’ottica di evitare maggiori oneri e difficoltà aggiuntive alle imprese. Dunque l’auspicio è che la soluzione possa vedere la luce.

Certo, la situazione ha del paradossale. Perché in realtà il pacchetto di norme per superare il doppio binario - come sottolineato con dovizia di particolari da Luca Miele e Marco Mobili su queste colonne - non solo sono state scritte ma erano state anche presentate dall’Esecutivo nell’esame della legge di Bilancio alla Camera. Poi, sotto la spinta delle opposizioni che le avevano interpretate come disposizioni di favore per le banche, l’emendamento è stato ritirato e non è stato poi possibile ripresentarlo al Senato dove la manovra è arrivata blindata a causa della crisi di governo apertasi dopo l’esito del referendum. Da allora non si è riusciti a trovare il veicolo legislativo giusto e anche la porta delle correzioni parlamentari al decreto banche si è chiusa per incoerenza rispetto alla materia. Ora i fari sono tutti puntati sulla conversione del Milleproroghe (si veda l’articolo in basso). «Non abbandoniamo la speranza di farcela - ha ammesso il direttore generale delle Finanze, Fabrizia Lapecorella -. Ci sono altri veicoli in cui anche “vestendo” l'intervento normativo in materia diversa proveremo a presentare l’emendamento. Non ci arrendiamo. È davvero paradossale questa situazione perché non ci sono motivi reconditi che possono impedire al Parlamento di approvare questa disposizione».

Annibale Dodero, direttore centrale Normativa delle Entrate, ha illustrato il doppio scenario: «Quello in assenza di norme è chiaro, ma deprecabile: non è un problema solo per le imprese, ma anche per noi dell’Agenzia che dovremmo controllare tutte le variazioni in aumento e in diminuzione. L’altro è quello con le norme di raccordo». Norme costruite con l’ausilio di tutti i soggetti interessati e che hanno tratto spunto dall’esperienza e dal lavoro fatto pochi anni fa, quando si trattò di disciplinare il comportamento delle imprese che adottano i principi contabili internazionali Ias.

Quell’esperienza potrebbe tornare utile anche sotto un altro punto di vista. Fermo restando che la priorità assoluta è risolvere il problema del doppio binario, Francesca Mariotti, direttore politiche fiscali di Confindustria, ha lanciato la proposta di riflettere su un riallineamento di valori attraverso un’imposta sostitutiva ricalcando così la soluzione adottata per consentire di superare le divergenze emerse in sede di prima applicazione dei principi Ias.

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