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Il test del Dna che nega il rapporto di parentela vale anche con la querela di…

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Il test del Dna che nega il rapporto di parentela vale anche con la querela di falso

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Il riconoscimento di un figlio effettuato poco dopo la sua nascita può essere invalidato quando, alla morte del padre, viene eseguito sulla salma di questi un prelievo di Dna dal quale risulti che in realtà il genitore naturale non è lui. Ciò vale anche quando l’esame del Dna è avvenuto a seguito di una richiesta (del padre stesso, nel caso di specie) che è oggetto di una querela di falso perché la firma non sarebbe quella del richiedente. Lo ha stabilito la Prima sezione civile della Cassazione, nella sentenza 3834/2017, depositata ieri a chiusura di una lunga e complessa vicenda legata all’eredità di un uomo deceduto nel 1999.

Poco prima di morire, l’uomo aveva apparentemente chiesto un accertamento tecnico preventivo per verificare il Dna di una donna che lui 39 anni prima aveva riconosciuto come sua figlia naturale nata fuori dal matrimonio. Sulla base di tale richiesta, prima della sepoltura, era stato eseguito un prelievo di materiale genetico, successivamente utilizzato per una consulenza tecnica di ufficio, che aveva dato come risultato il fatto che tra i due non c’era in realtà alcun legame biologico.

Parallelamente, nello stesso periodo, venivano avviate due azioni legali. La prima della figlia riconosciuta, contro i tre beneficiari del testamento dell’uomo, per chiedere la riduzione della quota loro assegnata, considerato che tra gli eredi ci sarebbe stata anche la donna. La seconda era una riconvenzionale dei tre beneficiari, affinché fosse accertata la non veridicità del riconoscimento della filiazione naturale dichiarata a suo tempo dal defunto. Dopo 14 anni, si era arrivati a una sentenza della Corte d’appello di Napoli che dava torto alla figlia riconosciuta, perché l’accertata inesistenza del legame biologico fa venir meno i diritti ereditari. La donna ha poi fatto ricorso in Cassazione.

Tra i vari punti del ricorso, uno riguardava l’utilizzabilità del risultato dell’esame del Dna. Il problema risaliva alla richiesta di accertamento tecnico preventivo: era rimasta “pendente” una querela di falso perché la firma del richiedente (il presunto padre) non sarebbe stata autentica. Ma in seguito la difesa di chi l’aveva presentata ha dichiarato di non volersene avvalere.

Secondo la figlia riconosciuta, la querela di falso influiva sulla validità della consulenza tecnica d’ufficio in base alla quale la Corte d’appello l’aveva estromessa dall’eredità. La Cassazione ha negato questa tesi, affermando che in questi casi subentra la sanatoria prevista dall’articolo 156 del Codice di procedura civile, perché «i limiti di utilizzazione di un accertamento tecnico preventivo eventualmente affetto da nullità di ordine processuale sono contrassegnati dalle regole» sullo «svolgimento della successiva attività processuale».

La sanatoria, secondo la Cassazione, scatta perché la «difesa di parte attrice» ha dichiarato «di non opporsi all’utilizzazione dei campioni» di materiale biologico sui quali era stato eseguito l’accertamento tecnico preventivo. In assenza di opposizione, il provvedimento del Tribunale che aveva disposto la consulenza tecnica d’ufficio è legittimo. A questo proposito, la Cassazione richiama le proprie sentenze 5658/2010, 1573/2009 e 6390/2004).

Infine, la Corte rileva che la nullità della procura alla lite «si risolve nella carenza di un presupposto processuale per la valida costituzione del processo». Essa provoca la nullità della sentenza, non la sua inesistenza. Dunque, la pronuncia può passare in giudicato, se non impugnata tempestivamente. Da ciò deriva che il prelievo di materiale biologico non può essere considerato inutilizzabile.

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