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L’erede fa valere il «rosso» sul conto in banca

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SUCCESSIONI

L’erede fa valere il «rosso» sul conto in banca

Per determinare l’imposta di successione esiste un principio generale di deducibilità dalla massa ereditaria dei debiti del de cuius, esistenti alla data di apertura della successione, purché debitamente documentati secondo le modalità di legge. Risultano indeducibili solamente alcuni debiti specifici, come quelli contratti dal de cuius per l’acquisto di beni o diritti non compresi nell’attivo ereditario. In caso di contestazione, inoltre, non spetta al contribuente dimostrare che il debito è inerente ai beni o diritti compresi nell’attivo ereditario, ma tocca all’ufficio provare che si tratta di un debito non rientrante nel generale principio di deducibilità. Sono queste le conclusioni cui è pervenuta la Commissione tributaria regionale della Lombardia con la sentenza 4962/1/2016 (presidente e relatore Labruna).

L’agenzia delle Entrate emette nei confronti di un contribuente un avviso di liquidazione ai fini dell’imposta di successione, recante il disconoscimento della deduzione di un saldo passivo di conto corrente, intrattenuto dal de cuius presso un istituto di credito.

Dal testo della sentenza, l’ufficio sembra contestare la deduzione in quanto il contribuente non avrebbe dimostrato in modo puntuale che le passività in esame erano state sostenute per acquistare beni o diritti facenti parte dell’attivo ereditario, in violazione di una sorta di principio di inerenza applicabile all’imposta di successione.

Il contribuente impugna l’atto e ottiene ragione sia in primo grado sia in appello. La Ctr richiama anzitutto la normativa relativa al regime di deduzione dei debiti del de cuius dalla massa ereditaria, contenuta negli articoli da 20 a 24 del Testo unico dell’imposta di successione (Dlgs 346/1990).

In particolare, l’articolo 20 stabilisce che le passività deducibili – purché debitamente documentate secondo le modalità previste dai successivi articoli – sono costituite dai debiti del defunto esistenti alla data di apertura della successione.

L’articolo 22, invece, dispone che sono indeducibili i debiti contratti per l’acquisto di beni o diritti non compresi nell’attivo ereditario (enumerati all’articolo 12).

Dal combinato disposto delle due norme emerge il principio generale secondo cui una passività può essere dedotta dall’attivo ereditario ogniqualvolta il bene o diritto acquistato non sia escluso dall’attivo medesimo.

Su queste basi, con riferimento al caso di specie la Ctr conclude che il recupero fiscale è illegittimo perché l’ufficio non ha dimostrato che il saldo passivo del conto corrente bancario intitolato al de cuius derivava da debiti contratti per l’acquisto di beni o diritti non compresi nell’attivo ereditario.

In ogni caso, continuano i giudici, nell’attivo ereditario erano presenti consistenti partecipazioni azionarie, depositate presso lo stesso istituto di credito con cui era intrattenuto il rapporto di conto corrente, che giustificavano logicamente l’insorgenza del debito in esame. Pertanto, i giudici annullano l’avviso di liquidazione e condannano l’ufficio al pagamento delle spese di lite.

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