Norme & Tributi

Diffamazione, il gestore del sito non risponde se elimina i commenti

corte dei diritti dell’uomo

Diffamazione, il gestore del sito non risponde se elimina i commenti

Il gestore di un blog che rimuove tempestivamente un commento offensivo di terzi anonimi, a seguito della segnalazione della persona offesa, non può essere ritenuto responsabile per il periodo in cui tale pubblicazione è rimasta in rete. È quanto stabilito dalla Corte di Strasburgo che, con la sentenza Rolf Anders Daniel PIHL c. Svezia del 9 marzo 2017, ha ritenuto che i tribunali nazionali avessero operato un corretto bilanciamento tra diritto al rispetto della vita privata, tutelato dall'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e libertà di manifestazione del pensiero, garantita dall’articolo 10 della stessa.

Questa in breve la vicenda: nel 2011, su un blog gestito da una piccola associazione senza scopo di lucro, a commento di un post in cui si attribuiva a un cittadino svedese l’appartenenza a un partito nazista, un soggetto anonimo accusava il medesimo di essere dedito al consumo di droghe. Qualche giorno dopo, il soggetto leso chiedeva l’eliminazione di entrambi i contenuti, in quanto falsi. L’associazione provvedeva prontamente, aggiungendo uno scritto di scuse. Ciononostante, la persona offesa citava in giudizio il gestore per l’articolo redatto dal sito stesso e per il commento, che non aveva provveduto a controllare preventivamente. La domanda di risarcimento nei confronti del gestore veniva respinta dai giudici svedesi; per il post, per ragioni procedurali, per il commento, in quanto la mancata rimozione di un contenuto diffamatorio immesso da terzi prima della segnalazione dell'interessato non era sanzionata da alcuna norma.

Da qui, la persona offesa, esauriti i rimedi nazionali, si rivolge alla Corte dei diritti. Costui si lamentava appunto del fatto che la legislazione domestica, proprio nel non prevedere una qualche forma di responsabilità in capo al gestore del blog in un caso del genere, aveva determinato una violazione dell’articolo 8 della Convenzione, ovvero il suo diritto a vedere tutelata la sua vita privata e, in senso lato, la sua reputazione.

Nel dichiarare inammissibile il ricorso, la Corte di Strasburgo rileva innanzitutto come lo scritto in questione, benché presenti profili offensivi, non contiene affermazioni che incitino all’odio o alla violenza, eventualità che consente, come da tradizionale giurisprudenza della Cedu, una compressione maggiore della libertà di espressione.
Ciò premesso, i giudici europei, riprendendo la nota sentenza Delfi in materia, precisano che, qualora gli Stati operino un bilanciamento rispettoso dei criteri stabiliti dalla giurisprudenza della Corte tra privacy e onore da un lato e libertà espressione dall’altro, la Corte stessa può superare le decisioni dei giudici nazionali solo in presenza di ragioni solide e concrete.

Una tale valutazione, con specifico riferimento al ruolo svolto dai gestori di una pagina web, deve tenere conto dei seguenti aspetti: il contesto nel quale vengono pubblicati i contributi, le misure applicate dal gestore al fine di prevenire o rimuovere i commenti lesivi dei diritti altrui, la responsabilità degli autori degli scritti come alternativa alla responsabilità dell’intermediario.
Su questi punti la Corte osserva che, dopo un giorno dalla richiesta di rimozione dello scritto, il gestore vi aveva provveduto, pubblicando altresì una spiegazione per l’errore ed esplicite scuse. Inoltre, nel blog era disponibile un sistema che consentiva agli utenti di segnalare i contributi offensivi e di richiederne l’eliminazione, nonché un avviso circa l'assenza di un controllo preventivo degli scritti introdotti da terzi.

In merito alla responsabilità dell’autore del contributo, i giudici rilevano che il ricorrente, pur conoscendo l'indirizzo IP del computer dal quale il commento era stato inserito in rete, non aveva tentato in alcun modo di risalire all’identità di chi aveva scritto e pubblicato le affermazioni offensive. In altri termini, l’anonimato non era assoluto e dalla sentenza sembra emergere una sorta di onere per chi agisce di chiedere il risarcimento in primis all'autore del commento.

Infine, ed è questo l’aspetto forse più rilevante, la Corte conclude ribadendo un principio già espresso in Magyar c. Ungheria del 2016, ossia che attribuire automaticamente ai portali la responsabilità per i commenti di terzi può determinare conseguenze negative sulla loro attività e provocare, dunque, un chilling effect, una paralisi della libertà di espressione in rete.

In conclusione, questa sentenza ha il merito di aggiungere un ulteriore tassello nella così faticosa ricerca di un equilibrio tra la tutela dei diritti della personalità e la libera espressione del pensiero in rete, nonché nell’individuazione dei confini della responsabilità dei soggetti che ivi agiscono.
Al di là delle caratteristiche peculiari del caso concreto, sembra infatti cominciare a prendere forma un indirizzo coerente: non è ammissibile attribuire tout court al gestore di un sito la responsabilità per i contenuti introdotti da altri, ma ciò è possibile solo a determinate condizioni. Una di queste è che il gestore non si attivi, una volta conosciuta l’esistenza di un illecito, per evitare un aggravamento delle sue conseguenze.

© Riproduzione riservata