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Criticare il capo su WhatsApp può portare al licenziamento? La parola…

come la tecnologia puÒ cambiare il diritto del lavoro

Criticare il capo su WhatsApp può portare al licenziamento? La parola al giudice

Parlare male del proprio datore di lavoro su un gruppo privato di WhatsApp può essere giusta causa di licenziamento? A questa domanda sarà chiamato molto presto a rispondere il giudice del lavoro di Parma, alla cui attenzione a gennaio scorso è arrivata una vertenza che incrocia tematiche giuslavoristiche, problemi legati ai nuovi media e, come se non bastasse, principi costituzionali come quello sancito dall'articolo 15 della Carta che afferma «la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione».

Ma andiamo con ordine. La vicenda riguarda due lavoratrici di 29 anni, assunte a tempo indeterminato presso una piccola azienda parmense che si occupa di confezionamento di prodotti alimentari e ortofrutticoli. Prassi molto comune nell’epoca dei social media, le dipendenti dell'azienda in questione hanno un piccolo gruppo WhatsApp che viene utilizzato un po’ per concordare eventuali scambi di turno, un po’ per parlare del più e del meno. È accaduto che, in un periodo in cui a lavoro si respirava aria pesante, due dipendenti si siano sfogate utilizzando qualche termine colorito all'indirizzo del capo azienda che dalla chat privata era escluso. «Atti di goliardia – commenta Silvia Caravà, avvocato di Fai Cisl che difende le due lavoratrici – probabilmente non troppo dissimili da quelli che si sentono in tutti i luoghi di lavoro». Ma qualcuna tra le dipendenti iscritte al gruppo ha stampato il contenuto della conversazione e l’ha mostrato al datore di lavoro che, a gennaio, ha prima inviato contestazione disciplinare alle dipendenti facendo riferimento a «pesanti offese» ricevute dalle stesse e quindi, trascorsi i cinque giorni che la legge prevede per le repliche, ha comminato loro la massima sanzione prevista in circostanze del genere, ossia il licenziamento.

La giurisprudenza. Il provvedimento è stato impugnato dalle due lavoratrici che adesso chiedono reintegra e risarcimento danni, con una difesa che fa leva su due aspetti: la segretezza della conversazione che ha dato origine al licenziamento e il contenuto tutt'altro che diffamante delle affermazioni in questione. «Sul primo versante – prosegue l'avvocato Caravà – c'è una sentenza del Tribunale di Milano che, riferendosi a quanto scritto in una newsletter, dà ragione ai dipendenti, tirando in ballo l'articolo 15 della Costituzione. E mi pare che un gruppo di WhattsApp sia perfettamente accomunabile a una newsletter. Quanto al contenuto delle esternazioni, – conclude la legale – non c'è nulla che possa aver arrecato reale nocumento alla controparte».

Tutto sta a capire adesso quali saranno gli orientamenti del foro parmense, ma una cosa è chiara da subito: la sentenza su questo caso potrebbe fare giurisprudenza.

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