Norme & Tributi

La chiusura delle liti fiscali dimentica il lavoro dei giudici (e le…

CONTENZIOSO

La chiusura delle liti fiscali dimentica il lavoro dei giudici (e le ragioni dei contribuenti)

Il termine “rottamazione” – prima delle cartelle esattoriali, ora delle liti con il fisco – è entrato in agenda da oltre sei mesi. Forse sarebbe stato più corretto che i due provvedimenti di rottamazione venissero emanati in contemporanea l'uno con l'altro, tenuto conto che hanno in comune tanti aspetti. Ad ogni modo, la norma di maggior interesse – al momento – l'articolo 11 del Dl 50/2017, che introdotto la possibilità di definire in via agevolata le controversie tributarie.

Le parti in causa sono il contribuente e l'agenzia delle Entrate, con l'esclusione di altri enti diversi da quest'ultimo. Se paragoniamo l'attuale istituto di definizione agevolata delle controversie con altre leggi del passato, quali ad esempio la legge Finanziaria 2003 che aveva previsto all'articolo 16 la possibilità di definire le liti fiscali pendenti (modifiche alla legge 289/2002), o addirittura al Dl 429/1982 convertito nella legge 516/1982 (manette agli evasori), le differenze non sono di poco conto. Salta subito all'occhio che con l'odierno provvedimento può essere definito il contenzioso tributario pendente, a domanda del soggetto che ha proposto l'atto introduttivo del giudizio (in Commissione tributaria provinciale), con il pagamento di tutti gli importi di cui all'atto impugnato, trascurando del tutto il verdetto emesso dal primo o secondo giudice tributario.

Con l'attuale normativa agevolativa, il legislatore ha cancellato il pagamento delle sanzioni che l'ufficio ha comminato, oltre agli interessi di mora, pretendendo le imposte calcolate sul valore dell'imponibile che l'ufficio ha sancito nel proprio atto impositivo, oltre agli interessi per ritardata iscrizione. Quindi, via le sanzioni collegate all'imposta e gli interessi di mora. Ma l'aspetto che deve essere rimarcato è il fatto che il legislatore abbia dimenticato di prendere in considerazione il decisum del primo e del secondo grado di giudizio. Al contrario, poteva essere benissimo presa come base di riferimento la legge 289/2002, che si riferiva all'ammontare stabilito dal giudice, ridotto di una certa percentuale, (10, 50 o 30%) a seconda di chi fosse soccombente. Di tutto questo nel Dl 50/2017 non c'è traccia. Pesa probabilmente il fatto che, ignorando le decisioni assunte dai giudici, diventa possibile chiudere anche il contenzioso Iva, quale imposta armonizzata, che se definita con l'importo accertato dall'ufficio non ha bisogno del beneplacito della Comunità europea. Se così fosse, per salvaguardare l'Iva, si sarebbero penalizzate le altre imposte (Irpef, Ires, Irap, registro e altri tributi minori).

Oltretutto, tenendo fermo il riferimento alla pretesa dell'ufficio, si finisce per non valorizzare un'attività – quale quella svolta dal giudice – in cui la stessa amministrazione della giustizia tributaria ha investito tempo e risorse, talora su contenziosi pesanti. E non è solo una questione personale del giudice, che non vede considerato il proprio lavoro e resta – per così dire – con l'amaro in bocca; è anche un tema di appeal della definizione agevolata nel complesso, perché il contribuente che si è visto dare ragione – in tutto o in parte – fin primo e magari anche in secondo grado, farà fatica a prendere come riferimento per la chiusura della lite una pretesa originaria del Fisco che è già stata smontata dall'esito del processo.

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