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Assimilazione rifiuti speciali agli urbani: 120 giorni per adottare il…

TAR LAZIO

Assimilazione rifiuti speciali agli urbani: 120 giorni per adottare il decreto

Atteso da sempre e mai arrivato. È il decreto recante i criteri per l'assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani, che ora sembra essere decisamente in arrivo come previsto dall'articolo 195, comma 2, lett. e), del “Codice ambientale” (Dlgs 152/2006).

Infatti, con sentenza pubblicata il 13 aprile 2017, la sezione 2bis del Tar Lazio ha concesso i rituali 120 giorni al ministero dell'Ambiente affinché adotti (di concerto con il ministero dello Sviluppo economico) l'indicato decreto, concludendo così il procedimento volto alla definizione di tali criteri.

Il decreto è atteso da sempre; in precedenza l'obbligo ministeriale veniva individuato anche dal “Decreto Ronchi” (Dlgs 22/1997), il quale, al pari del vigente “Codice ambientale”, individuava un regime transitorio con il rinvio alle regole dettate dalla Deliberazione interministeriale 27 luglio 1984.

Quindi, nonostante in materia di rifiuti sia accaduto tutto e il contrario di tutto, ancora oggi i Comuni continuano ad assimilare i rifiuti speciali agli urbani usando le regole di 33 anni fa e più o meno legittimamente ampliano le aree aziendali soggette e tassa/tariffa. Il che ha consentito usi e abusi della tassa/tariffa comunale non di rado impiegata per ripianare bilanci locali, estendendola ad aree dove i rifiuti assimilabili non si formavano, se non potenzialmente. Così le imprese si sono spesso trovate a dover pagare, oltre il gestore pubblico con la tassa/tariffa, anche il gestore privato. Il che, di fatto, rappresenta una ulteriore tassazione sulle aree aziendali, motivata da più che pretestuose e indifendibili ragioni di carattere ambientale. Non solo, l'aumento del valore delle materie prime (plastica, carta, vetro, metalli ecc.) contenute nei rifiuti assimilabili ha generato una sorta di corsa al loro accaparramento. Si aggiunge che non è sempre chiaro se la gestione del rifiuto assimilabile avviato al riciclo/recupero sia di competenza esclusiva del gestore pubblico o se le relative frazioni possano anche essere raccolte da soggetti privati.

Su questo confuso terreno di coltura si è innestato il ricorso di un'azienda emiliana che compravende materiali a base cellulosica provenienti da raccolta differenziata e materia prima generata dal recupero. Il ricorso segue a una diffida presentata dall'azienda il 12 maggio 2016 al Minambiente affinché adempisse entro uno specifico termine l'obbligo di concludere il procedimento per definire i criteri di assimilabilità dei rifiuti speciali agli urbani, adottando il decreto previsto dall'articolo 195, comma 2, lett. e, Dlgs 152/2006.

Il silenzio-inadempimento dell'Amministrazione ha indotto l'azienda a richiedere al Tar del Lazio la dichiarazione d’illegittimità di tale condotta e la condanna del Ministero ad adottare il provvedimento sull'assimilazione.

La ricorrente ha lamentato di essere gravemente danneggiata dalla eccessiva assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani effettuata dai Comuni a causa della mancanza del decreto previsto dall'articolo 195, comma 2, lett. e), Dlgs 152/2006, prevista entro novanta giorni dalla sua entrata in vigore.

L'ordinatorietà del termine, osserva il Tar Lazio, «non incide sull'esistenza dell'obbligo né sulla possibilità di provvedere anche dopo la scadenza del termine». Il Tribunale, inoltre, non ammette giustificazioni al ritardo e, in accoglimento del ricorso, dichiara illegittimo il silenzio dell'Amministrazione e obbliga il Minambiente a concludere il procedimento di adozione del Dm sull'assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani entro 120 giorni dalla comunicazione, in via amministrativa, o dalla notifica, ad istanza di parte, della sentenza.

È più che ragionevole ritenere che il Ministero dell'ambiente adempia. Anche perché ha avviato, si legge nella sentenza «le attività propedeutiche all'adozione del decreto». Ove questo non accada, ragionando in astratto, si può arrivare, attraverso ulteriori vicende processuali, fino alla nomina di un commissario “ad acta”.

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