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Stalking per l’ex marito troppo presente

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Stalking per l’ex marito troppo presente

Scatta il reato di stalking nei confronti della moglie, per il padre separato che incombe con troppa insistenza sulla donna. A lui si imputa anche l' inosservanza delle disposizioni del giudice», per non essersi attenuto ai giorni e agli orari stabiliti e aver ecceduto nel volersi imporre alla presenza del figlio, in nome - a suo dire - di un consolidamento del rapporto.

Così ha deciso la Cassazione, con una sentenza (la numero 24795) depositata ieri, il 18 maggio.

A salvare l'uomo, milanese, dalla condanna, non bastano neppure le testimonianze sul suo “disinteresse a riallacciare il rapporto con l'ex moglie”: i giudici della suprema Corte confermano in toto l'impianto persecutorio riconosciuto dalla Corte di appello di Milano, che ha scrupolosamente esaminato la condotta illecita dell'imputato e le dichiarazioni della moglie - parte lesa - sulle profonde conseguenze subite in termini di abitudini di vita e disagio psicologico.

Dirimente anche il trauma subito dal figlio minore: sebbene alla base della situazione psicologica del ragazzo vi fossero cause genetiche, uno specialista ha infatti rilevato come la condotta morbosa del padre abbia aggravato la situazione.

Nel ricorso proposto, il padre separato lamenta - per bocca dei suoi avvocati - vizio motivazionale; violazione di legge processuale; vizio di legittimità. Argomenti smontati punto per punto dalla Cassazione.

In particolare i giudici confutano l'accusa, rivolta alla Corte distrettuale, di non aver proposto - nella sentenza di appello - una autonoma motivazione, richiamando le singole ragioni di gravame.

Quanto all'atteggiamento persecutorio imputato all'uomo, si citano le relazioni degli operatori sociali e dello specialista che aveva in cura il minore sin dall'avvio della procedura di separazione coniugale. Una serie di elementi che hanno indotto la Corte milanese a ritenere applicabile l'ex articolo 41 del Codice penale in tema di concause.

«La Corte territoriale - si legge nella sentenza depositata ieri - ha puntualmente esaminato le varie testimonianze, mettendone in risalto lo specifico contenuto di conforto alla tesi accusatoria e, di converso, l'irrilevanza del narrato portato a discolpa, illustrandone le ragioni».

Di contro, fanno notare i giudici di Cassazione, l'impugnante contrappone una propria rivisitazione dei dati probatori, deducendo vizio di motivazione e non già travisamento della prova, poichè i dati probatori potevano essere apprezzati in modo diverso.

Ne deriva, secondo la Cassazione, non tanto che la motivazione del giudice sia manifestamente illogica, bensì semplicemente sgradita alla parte.

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