Norme & Tributi

Le fondazioni filantropiche italiane guardano al modello anglosassone

TERZO SETTORE

Le fondazioni filantropiche italiane guardano al modello anglosassone

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La riforma del Terzo settore, che riconosce ufficialmente alle fondazioni e agli enti filantropici il ruolo di quarto pilastro del sistema no profit per lo sviluppo di territori e comunit (dopo organizzazioni di volontariato, imprese sociali e associazioni di promozione sociale) solo il primo passo. E in attesa dei decreti attuativi che il sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, ha assicurato saranno emanati dal Consiglio dei ministri entro il prossimo 3 luglio, Assifero, l’associazione nazionale di categoria, ha fatto il punto a Bologna sul percorso che si apre ora per le 85 fondazioni filantropiche che rappresenta e per gli altri 800 enti - dieci volte tanto - attivi nel Paese nella filantropia istituzionale, che finora si sono mossi nell'ombra, senza riconoscimento e in ordine sparso.

I decreti sono solo il punto di inizio di un percorso ancora tutto da costruire, che guarda al modello anglosassone come traguardo e che noi italiani intraprendiamo partendo dagli ultimi posti tra i Paesi europei, per un livello di tassazione altissimo tra Imu, Iva, Irap a carico delle fondazioni filantropiche: le tasse sono la nostra prima voce di uscita, sottolinea Antonio Danieli, direttore della Fondazione Golinelli, che ha ospitato fino a ieri l’assemblea annuale Assifero. Creata a Bologna trent’anni fa dall’imprenditore della farmaceutica Marino Golinelli, l’omonima Fondazione dal 2015 l’esempio in Italia pi vicino al sistema americano: fondazione privata totalmente operativa attraverso una “cittadella della cultura e della scienza” nella periferia del capoluogo che in due anni ha coinvolto in attivit formative oltre 160mila persone.

Insomma, ci sono margini enormi di miglioramento normativo per potenziare l’effetto volno delle fondazioni sul benessere della societ, in un’epoca di inedita concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi privati, di finanziarizzazione dell’economia e di crollo delle prestazioni pubbliche, il messaggio che esce dal summit bolognese. Con la previsione che gi da subito, grazie all’eliminazione del limite di 70mila euro per la deducibilit delle erogazioni filantropiche - prevista nei decreti di riforma ora al vaglio delle commissioni parlamentari e della Conferenza Stato-Regioni - si avr un incremento del 20-30% delle donazioni.

Siamo nati nel 2003 e la nostra esperienza in questi 14 anni ci conferma una crescita costante in Italia della filantropia istituzionale, che ha come grande alleato proprio il terzo settore, nonch del ruolo e responsabilit chiave per lo sviluppo territoriale, anche se non siamo ancora in grado di misurare economicamente l’impatto sociale del nostro operato. Solo come Assifero rappresentiamo oggi un patrimonio aggregato di oltre 900 milioni di euro e circa 300 milioni di euro l’anno di erogazioni liberali a favore di soggetti no profit, afferma Felice Scalvini, presidente di Assifero. Convinto che il riconoscimento civilistico e la costituzione di una sezione specifica per le fondazioni dentro all’albo nazionale del terzo settore sar un’ulteriore spinta alla crescita di fondazioni di famiglia (come Golinelli); corporate, come quelle bancarie o di gruppi quali Vodafone e Marcegaglia; e di comunit, come quelle di Messina o Emmaus.

Per gli enti filantropici che hanno come mission la catalizzazione di risorse private (beni, servizi, denari) da destinare ad attivit di terzi, in collaborazione con gli stessi, per finalit civiche solidaristiche e di utilit sociale (comma 1 articolo 1 del testo di riforma) non bastano i paletti messi fin qui per il terzo settore, precisa il sottosegretario Bobba ricordando le novit introdotte: il meccanismo semplice di detrazione salita dal 26 al 30% (e fino al 35% per gli organi di volontariato nella sezione speciale del registro); la rimozione del limite di 70mila euro di deducibilit delle donazioni per imprese e soggetti Ires; e il social bonus, che sul modello dell’art bonus introduce detrazioni del 50% per le persone giuridiche e del 65% per quelle fisiche sulle somme destinate al recupero di beni pubblici non valorizzati (e confiscati) affidati a enti del terzo settore per finalit sociali.

l’enorme patrimonio privato e non scalabile il nodo da sbrogliare delle fondazioni che richiede ulteriori regole, rispetto a coop sociali e associazioni di volontariato che vivono con pochissimo capitale erogando prestazioni o creando legami con le comunit, spiega il massimo esperto italiano del settore, il professore dell’Universit Cattolica di Milano, Paolo Barbetta. Tre le questioni da normare: i rapporti economici delle fondazioni, perch gli incentivi fiscali e la libert di gestione possono lasciar spazio a comportamenti utilitaristici e per finalit particolari (anche elusivi). E qui si potrebbero introdurre limiti alla concentrazione del patrimonio e divieti di controllo su imprese per le fondazioni. In secondo luogo, va stabilita la struttura di governo degli enti filantropici, perch le fondazioni sono proprietarie di se stesse, intrinsecamente non democratiche, non scalabili, caratteristiche utili in una societ iperdemocratica perch garantiscono velocit e autonomia di azione, ma che devono essere accompagnate da grande responsabilizzazione, in virt del favore pubblico che godono (le decontribuzioni sono una “tax expenditure” a carico della collettivit). Obblighi di totale trasparenza, anche della retribuzione degli organi sono l’arma pi efficace, il controllo dei cittadini l’unica misura seria da introdurre, suggerisce Barbetta.

Terzo punto: quali e quante attivit devono restituire le fondazioni in cambio degli incentivi? Il modello americano ha introdotto due sistemi. Il “pay out requirement” per le fondazioni filantropiche erogative, che prevede esse distribuiscano almeno il 5% del patrimonio ogni anno per beneficiare di agevolazioni e se non lo fanno l’ammontare che difetta per arrivare al 5% va pagato in imposte. Oppure il “public support test” per le fondazioni di comunit, strumento che obbliga a raccogliere tante piccole donazioni attraverso la misurazione dell’efficacia dell'attivit svolta. Solo se erogano bene le fondazioni riescono a catalizzare risorse dei privati e in America le fondazioni di comunit funzionano meglio delle fondazioni obbligate a erogare, conclude Barbetta.

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