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La mappa dell’Italia a rischio infiltrazione

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La mappa dell’Italia a rischio infiltrazione

(Olycom)
(Olycom)

Letta così, la classifica del rischio riciclaggio nelle province italiane stilata da un consorzio universitario europeo che vede capofila Transcrime dell’Università Cattolica di Milano guidato dal professor Ernesto Ugo Savona – che vede Reggio Calabria al primo posto per rischiosità e Trento all’ultimo – appare logica.

La provincia sullo Stretto, seguita nelle prime 10 posizioni dalle altre province calabresi e via via da altre del Sud (in Campania e Sicilia), è senza alcun ombra di dubbio una delle capitali mondiali delle attività apparentemente lecite, ma in realtà inquinate da continue iniezioni di denaro di origine mafiosa. Così come – nella logica delle cose – è vedere che dopo Trento nella classifica delle province a minor rischio si piazza quella di Sondrio.

Quando si sale, però, e si scopre che a ruota ci sono alcune province dell’Emilia-Romagna e, soprattutto, al 104° posto Milano, la logica deve lasciare il posto alla spiegazione e alla lettura ragionata. Il capoluogo lombardo, con il suo hinterland, da decenni e non certo da ieri, è un crocevia di ogni tipo di traffico illecito e una lavatrice per il denaro sporco di tutto il mondo. Proprio a partire da quello delle cosche reggine di ’ndrangheta che al Nord dettano legge anche su quelle di Cosa nostra. La stessa cosa accade in Emilia-Romagna, dove le famiglie di Cutro (Reggio Emilia) hanno il monopolio di interi settori della vita economica regionale.

Gli spunti per leggere in filigrana questa importante ricerca – che ha coinvolto anche l’Università di Amsterdam e quella di Leicester per i confronti con Olanda e Regno Unito, oltre al ministero dell’Economia e all’Uif di Bankitalia – giungono da Michele Riccardi che, con Riccardo Milani e Diana Camerini, ha seguito l’analisi italiana, pesando e contemperando cinque fattori. «I parametri che abbiamo preso in considerazione – spiega Riccardi al Sole 24 Ore del Lunedì – sono le infiltrazioni della criminalità organizzata, l’economia sommersa e l’uso del contante, i mercati illegali, l’opacità delle proprietà societarie e, infine, le rimesse di denaro all’estero. Per la prima volta, inoltre, è stata compiuta un’analisi approfondita, utilizzando molti indicatori, sugli assetti proprietari delle società».

Se questi parametri fossero stati semplicemente sovrapposti per ottenere un indice sintetico, si sarebbe avuto un “effetto lasagna” senza ingredienti che potessero legare meglio la pietanza. «La presenza della criminalità organizzata e dei mercati illeciti – continua nel ragionamento Riccardi – pesano senza dubbio di più e nella ponderazione degli indicatori hanno dunque avuto una maggiore considerazione». Così come, in questa miscela, ha pesato anche la collocazione delle sedi italiane delle multinazionali, più difficilmente infiltrabili dalle mafie. Ecco spiegato anche con questo motivo la posizione di Milano e provincia.

Se si scende nella lettura delle classifiche di tappa, la provincia di Reggio Calabria è al primo posto nella capillare pervasività della ’ndrangheta. E del resto non c’è praticamente attività che non sia direttamente o indirettamente soggetta a questa piaga. È al sesto posto per la presenza di mercati e traffici illeciti, al 53° per l’opacità della struttura proprietaria (pesata sempre con la presenza o meno delle società multinazionali), al 58° per le rimesse e all’81° posto per l’intensità della circolazione del contante.

Viceversa Milano è al 14° posto per il rischio dovuto alle infiltrazioni mafiose. È dunque una posizione che testimonia come “la linea della palma” – come amava dire con una metafora lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia – si è ormai definitivamente alzata e radicata nel Nord. La conferma arriva dal ranking nel rischio legato ai mercati illeciti, dove la provincia di Milano occupa il settimo posto. Per l’opacità della struttura proprietaria (compreso l’effetto dovuto alle società multinazionali) è al 57° posto, ma torna al sesto per il rischio legato alle rimesse di denaro all’estero, mentre precipita all’ultimo posto per l’utilizzo del contante. Vale a dire che a Milano e provincia si fa largo uso di carte di credito e altri sistemi virtuali di pagamento: non a caso a Milano il ricorso al denaro contante è inferiore alla media dei Paesi Ue.

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