Norme & Tributi

Miani: troppi gli adempimenti che non producono margine

INTERVISTA AL PRESIDENTE DEI COMMERCIALISTI

Miani: troppi gli adempimenti che non producono margine

«No, non sono pentito di aver sollecitato i sindacati, alla vigilia dell’insediamento del Consiglio nazionale, a desistere dallo sciopero contro l’amministrazione fiscale. Anche se, a distanza di quattro mesi non è cambiato granché». Massimo Miani, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti traccerà oggi, davanti all’assemblea dei vertici di categoria, un bilancio dei primi mesi di lavoro e verificherà, anche alla luce del dibattito con i presidenti territoriali, programma e strategie per la professione.

Non è pentito, ma sembra di capire che la delusione, rispetto ai risultati, sia forte.

Non era opportuno che il mandato del Consiglio nazionale iniziasse con l’appoggio a uno sciopero. Però c’è delusione anche per il modo in cui si è‎ svolto il confronto tra noi, il ministero dell’Economia e l’agenzia delle Entrate.

In che senso?

Il problema è che il Governo, in ogni ambito e per ogni provvedimento, deve stare attento agli equilibri nei confronti dell’Unione europea, mentre l’agenzia delle Entrate non sembra avere attenzione ai problemi degli studi.

Che dimostrano invece insofferenza. Da dove nasce questo sentimento?

Ci sono molti colleghi che non guadagnano, che non riescono ad avere un corretto margine economico eppure sono oberati dagli adempimenti.

Lo sviluppo della professione è avvenuto negli anni ’70 con la riforma fiscale e con i relativi obblighi. Che cosa si è rotto?

Con l’abolizione delle tariffe minime c’è stata una concorrenza spietata sulle attività di servizi. Certo, oggi possiamo dire che è stato un errore concentrare buona parte della nostra attività sugli adempimenti fiscali, che per le aziende rappresentano solo un costo. In questo ambito l’attività del professionista non è percepita come un valore, ma come un onere che va compresso. Da qui l’impossibilità per gli studi di avere margini.

Dunque, qual è la via d’uscita?

Occorre semplificare e tagliare le inefficienze. Il sistema è troppo complesso e gli adempimenti restano a carico dei commercialisti, il cliente non li riconosce come costi. Insomma, non funziona l’equiparazione «più complicazione, più lavoro».

Sembra di capire che non ci sia stato un dividendo sociale rispetto a tutti i dati comunicati all’anagrafe tributaria.‎ Tante informazioni, ma la lotta all’evasione non ha dato i risultati sperati, con benefici redistribuiti su contribuenti e professionisti?

È così. Adesso siamo al paradosso di una categoria che chiede di perdere un po’ del proprio lavoro. La complicazione non si riesce a fatturare. Dobbiamo ripartire da qui.

Qual è il futuro della professione?

Dobbiamo lavorare per individuare prospettive di crescita e nuovi sbocchi. Non sarà facile visto che il 75-80% dell’attività è concentrata in ambito fiscale. Tuttavia, sono convinto che ci siano molti ambiti di competenza e ampie potenzialità.

Per esempio?

Nelle pratiche di accesso al credito.

La legge sul lavoro autonomo prevede la devoluzione di funzioni pubbliche. Avete già delle proposte?

Stiamo studiando. In ambito fiscale potremmo certificare il regolare assolvimento degli obblighi, cioè il pagamento delle imposte, anche attraverso l’accesso alle anagrafi tributarie.

Si tratterebbe di un controllo formale sul pagamento delle tasse in base alle dichiarazioni? Oppure vi trasformerete in una sorta di guardia contro l’evasione? E il contribuente come potrebbe spendere l’attestato?

La certificazione – la potremmo chiamare Durf – potrebbe derivare da controlli formali e potrebbe essere spesa nell’ambito della pubblica amministrazione o del credito bancario. È una proposta, apriamo la discussione.

Secondo la sua analisi troppi adempimenti ma anche la concorrenza al ribasso, abolite le tariffe minime, hanno contribuito alla crisi che ha colpito i professionisti. Ma la battaglia per l’equo compenso non le sembra guardare al passato?

Occorre guardare alla realtà economica. La crisi e talvolta situazioni di abuso di dipendenza economica condizionano in misura pesante il reddito dei professionisti.

L’equo compenso riguarderebbe solo il rapporto economico tra professionista e società, i “grandi clienti”?

Ritengo che sia opportuno fissare un equo compenso là dove c’è un soggetto forte di fronte a una parte debole, ma anche per funzioni di rilevante interesse pubblico. Si pensi al collegio sindacale. Se si comprime troppo il corrispettivo i controlli rischiano di non essere all’altezza del compito.

I controlli dei collegi sindacali si sono dimostrati del tutto inadeguati in numerosi casi. Ridurre la qualità a una variabile economica non è riduttivo?

È vero che in alcuni casi la diligenza del collegio sindacale è stata sotto la soglia minima. Per questo stiamo lavorando nel rafforzare le competenze e la qualità della prestazione, una qualità che va compensata. Uno snodo fondamentale sarà costituito dal riconoscimento delle specializzazioni, con la riforma del decreto 139/2005.

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