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È stalking anche se la vittima non lascia il suo persecutore

corte di cassazione

È stalking anche se la vittima non lascia il suo persecutore

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Il reato di stalking scatta anche se la vittima continua la relazione “sentimentale” con il suo persecutore. La Cassazione (sentenza 28081 del 7 giugno) respinge il ricorso di un indagato per stalking, nei confronti del quale era scattato il divieto di avvicinarsi e di comunicare con la sua ex fidanzata. Il ricorrente riteneva di avere un asso nella manica per dimostrare che il provvedimento non poteva essere applicato: non aveva mai suscitato nella compagna ansia o timore come dimostrato dal fatto che lei aveva proseguito la storia d'”amore” fino a quando la frequentazione era stata impedita dall'ordinanza impugnata. Per i giudici la mancata interruzione della “liason” non ha importanza. Stato di soggezione, maltrattamenti e minacce sono provate dalle bruciature di sigaretta sulle braccia della ragazza e dagli sms.

La Suprema corte considera semmai un'aggravante il perdurare del legame affettivo, perché la frequentazione mai interrotta accentua il rischio di una «reiterazione della condotta». I giudici non sono sorpresi dell'esistenza di una sorta di “sindrome di Stoccolma”. È di dominio comune – spiega la Suprema corte – la possibile ambivalenza di sentimenti provati dalle persone offese nei confronti dei presunti responsabili dei maltrattamenti e la prosecuzione del rapporto personale può essere dettata sia dalla paura sia dall'”amore” per il carnefice. Per questo la circostanza non può essere considerata una “scriminante”.

I maltrattamenti e gli atteggiamenti persecutori erano avvenuti in presenza di terzi, e si erano accentuati dopo che il “fidanzato” era stato messo al corrente della denuncia presentata dalla donna. Né poteva negarsi lo stato di ansia della vittima che aveva accettato l'ospitalità di un'amica. Che “l'odi et amo” di Catullo sia un sentimento provato dalle destinatarie della violenza la Cassazione lo ricorda anche con la sentenza 32969 del 6 luglio. Analoghe le aggressioni e stessa imputazione per un altro uomo che “odia le donne” e uguale anche la difesa: l'ex fidanzata, dopo averlo denunciato, aveva ripreso il rapporto, passando con il suo lui tutta l'estate. Anche in questo caso i giudici non danno peso al ritorno di “fiamma” e, anzi, valorizzano il ruolo delle misure cautelari, considerate utili a difendere le vittime anche «dalla loro debolezza caratteriale e dal perdurante disorientamento cognitivo e affettivo» . Malgrado i riavvicinamenti delle donne lo stalker resta uno stalker e non cambia.

I giudici ricordano che nei casi di violenza capita che le relazioni di coppia siano caratterizzate da comportamenti della vittima indecisi e ambigui. La donna può essere «interessata a mantenere un rapporto sentimentale con il suo persecutore» ma anche consapevole della sterilità del rapporto e di essersi «cacciata in un vicolo stretto». Lo scopo dell'articolo 612-bis del Codice penale è una tutela a tutto campo, e va applicata anche quando gli atti persecutori sono favoriti dall'atteggiamento equivoco della vittima, prigioniera non solo dell'”orco” che pretende di amare, ma anche di un «coacervo di pensieri e sentimenti talvolta indotti dallo stesso persecutore».

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