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Dossier Aliquota unica, soluzione sbagliata ai nodi del sistema

    Dossier | N. 17 articoliFlat tax

    Aliquota unica, soluzione sbagliata ai nodi del sistema

    Eppure, in termini distributivi e di pressione fiscale sulle famiglie la situazione è tale da rendere non più rinviabili una riscrittura dell’Irpef e, soprattutto, la sostituzione della progressività eccessivamente formale e nominalistica che ci trasciniamo dagli anni Settanta con una progressività sostanziale e più morbida.

    A mio avviso, allo stato attuale la via migliore per raggiungere questo obiettivo non è l’introduzione di una tassa ad aliquota costante – del 15% o del 23% o del 25% secondo le proposte più o meno articolate, rispettivamente, della Lega, di Forza Italia e dell’Istituto Bruno Leoni – ma è il ridisegno delle aliquote, degli scaglioni, delle deduzioni, delle detrazioni, della quota esente e di ogni tax expenditure secondo il principio rawlsiano del maximin. Un ridisegno, cioè, realizzato in modo che le classi meno abbienti risultino ragionevolmente più avvantaggiate o meno svantaggiate rispetto a quelle più ricche e, nel contempo, queste ultime siano assoggettate ad aliquote superiori a quella nominalmente piatta. In momenti di crisi come quelli che stiamo vivendo bisognerebbe, in altri termini, ricostruire una curva della progressività che: rimedi allo strutturale eccesso di pressione fiscale sui redditi di una classe media sempre più impoverita; non favorisca chi più ha; sia, comunque, accompagnata da una sorta di imposta negativa sotto forma di trasferimento o sussidio per i contribuenti più bisognosi (gli «incapienti»). Alla difficoltà, poi, di differenziare sgravi e agevolazioni in proporzione alla situazione economica familiare si dovrebbe porre rimedio con appropriate politiche della spesa attraverso l’attribuzione selettiva di assegni ai nuclei familiari con minori e anziani non autosufficienti.

    Tale combinazione di politiche sociali e fiscali non è certo facile da attuare, richiedendo tra l’altro una parziale eliminazione di numerosi, ormai sedimentati, regimi sostitutivi e di cedolarizzazione. Queste politiche vanno però tentate e sono, comunque, preferibili alla flat rate tax sia nella versione neoliberista di Hall e Rabushka, rispolverata in passato senza successo dai Repubblicani negli Usa, sia in quella liberal di Meade, anche se essa fosse accompagnata da detrazioni per i redditi più bassi e da trasferimenti per gli incapienti.

    Questo tipo di imposizione potrebbe avere teoricamente un qualche senso se, come proposto anni fa da Meade, avesse un’aliquota tra il 35 e il 40% e divenisse il fulcro di un costoso, rivoluzionario sistema di “dividendo sociale” di tipo universalistico, fondato sul «reddito di cittadinanza» e destinato, oltreché a togliere spazio agli arbitraggi fiscali, a fornire anche una garanzia incondizionata di reddito a tutti, in quanto cittadini, a prescindere da qualsiasi caratteristica socio-economica. Un reddito ben diverso sia da quello di «inclusione attiva», che è stato introdotto recentemente in Italia, sia da quello minimo adottato da diversi Paesi dell’Ue, destinati ambedue alle famiglie in condizioni di indigenza economica.

    Ma è condivisibile fino in fondo un tale progetto e, comunque, esistono le condizioni e sono maturi i tempi per realizzarlo? Ed è in grado l’ordinamento tributario di recepire un tale tipo di tassazione – tra l’altro, non applicato dagli altri Paesi Ue – senza tradurlo in un mero appiattimento della tassazione reddituale delle fasce di contribuenti più ricche, con inevitabili effetti regressivi, lesivi non solo del principio di uguaglianza verticale? E questi effetti negativi non sarebbero aggravati, in termini assoluti, dall’aumento al 25% di tutte le aliquote (comprese quelle ridotte gravanti su beni e servizi di prima necessità) di un’imposta per sua natura regressiva come l’Iva, come proposto dall’Istituto Bruno Leoni?

    Una flat rate tax tra il 15 e il 25% può avere il pregio di attuare la progressività riguardo ai redditi più bassi attraverso la previsione di una no tax area trasversale non collegata alla tipologia di reddito, ma – lo ripeto, ma andrebbe meglio verificato – ha il grave difetto di agevolare in modo specifico i possessori di quelli più elevati, creando una situazione di disagio alla già abbastanza maltrattata middle class. Dal punto di vista, poi, del tipo di reddito prevalente e del tipo di nucleo, ho l’impressione che i principali beneficiari siano, da un lato, gli autonomi e i redditieri, dall’altro, i nuclei monoreddito anziché con figli.

    Nella mente dei suoi fautori più evoluti (e, sembra, nella stessa proposta dell’Istituto Bruno Leoni), la flat rate tax dovrebbe accompagnarsi all’erogazione di un “minimo vitale” incondizionato e geograficamente differenziato, destinato a sostituire molte di quelle prestazioni sociali e di quei benefici che caratterizzano attualmente il nostro già incerto welfare state. Il che significherebbe abbandonare quelle positive politiche selettive di welfare avviate in quest’ultimo ventennio in Italia e fondate, per la maggior parte, sugli ammortizzatori sociali, sul salario minimo di inserimento, sulle spese per i giovani e altro ancora. Significherebbe, soprattutto, rinunciare a politiche funzionali all’occupazione in cambio della costruzione ex novo di un oneroso, complesso e deresponsabilizzante sistema. Tutto ciò, si badi bene, senza che sia stato mai dimostrato né che l’uniformità di trasferimenti monetari a titolo di assistenza sia eticamente sempre preferibile a politiche strutturali selettive, né che tutti i cittadini abbiano diritto a un identico ammontare di risorse che assicuri solo la parità formale dei punti di partenza e non anche un’uguaglianza coniugata con le differenze e con le capacità. In certi casi, si dovrebbe anzi dare per scontato il contrario, e cioè che la tutela dei bisogni debba essere differenziata come sono differenziati i bisogni stessi.

    Come dice Tony Atkinson in un recente libro sulla disuguaglianza (Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, Milano, 2015), per tornare ai tempi in cui l’Italia era a metà classifica fra i Paesi Ocse e non fra quelli a livello più alto di disuguaglianza, non basta armeggiare con gli strumenti della politica economica e sociale negando la tassazione progressiva “per incremento percentuale” e sostituendola con progetti – discutibili sul piano costituzionale – di imposte proporzionali e “dintorni”.

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