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Le professioni e il destino delle riforme balneari

Lavoro e Previdenza

Le professioni e il destino delle riforme balneari

Qualche studioso del comportamento potrebbe forse esercitarsi su una strana combinazione, quella che lega all’estate la riforma (o la controriforma, a seconda della prospettiva) delle professioni. Qualche data.

1997: la legge 266 del 7 agosto abolisce il divieto - che risaliva all’epoca fascista - che impediva ai professionisti di costituirsi in società (di capitali, ma anche di persone). Ispiratore l’allora ministro dell’Industria, Pier Luigi Bersani. Il Guardasigilli pro tempore, Giovanni Maria Flick, caduto il divieto, tenta invano di regolamentare l’esercizio delle attività professionali in società. Il finire di quell’estate di vent’anni fa coincide con la pubblicazione del rapporto dell’Antitrust sulle libere professioni, una ricerca - o meglio un atto d’accusa - rispetto alla disciplina delle professioni protette che troppo spesso - banalizzando il pensiero dell’Autorità - non rispetta(va) il principio di proporzionalità, era (è) cioè eccessiva. Per chiarezza, l’Antitrust sosteneva che le regole erano disegnate più per la tutela di quanti svolgono l’attività protetta che non commisurate all’interesse generale.

2006: il decreto legge 4 luglio, n. 226, ispiratore ancora Bersani, abolisce l’obbligatorietà delle tariffe minime e massime, apre la possibilità per gli iscritti agli Ordini di fare pubblicità informativa e introduce la chance di esercitare in compagini multidisciplinari.

2011: il decreto legge 13 agosto, n. 138, stabilisce l’obbligo per il professionista di stipulare una «idonea polizza professionale», di cui va informato il cliente al momento dell’assunzione dell’incarico. In realtà, alla vigilia del decreto legge, il Governo presieduto da Silvio Berlusconi aveva animatamente discusso sull’opportunità di mantenere l’esame di Stato per alcune professioni, anche se poi l’articolato è molto più morbido, con la raccomandazione che l’esercizio professionale risponda sempre ai princìpi della libera concorrenza; eventuali restrizioni nel numero dei professionisti devono essere un’eccezione per ragioni di interesse pubblico. Al decreto 138 si deve poi l’obbligo della formazione continua dei professionisti organizzati in Ordini e la distinzione tra le rappresentanze istituzionali delle professioni e gli organi depositari della giustizia deontologica.

Il gioco dell’estate potrebbe finire quindi con il 2017, con il fiorire di proposte di legge sull’equo compenso per i professionisti: a fare da apripista è Maurizio Sacconi, con il Ddl 2858 che vuole introdurre - certo sotto una nuova etichetta - le “vecchie” tariffe minime, abolite con il decreto legge 1/2012, che contiene anche il tentativo (l’ennesimo) di dare ai professionisti la possibilità di costituirsi in società. Tuttavia, l’equo compenso per i professionisti è rincorso da parlamentari di ogni campo: per esempio Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera (Sacconi ricopre la stessa casella al Senato), si è già espresso pubblicamente in modo favorevole.

Il gioco dell’estate assomiglia un po’ al gioco dell’oca: a distanza di qualche anno si ritorna alla casella di partenza, se le facce dei dadi segnano la giusta combinazione aritmetica (quella dei parlamentari). Si vedrà a inizio agosto se ci saranno i voti per terminare il tira-e-molla sulle società, in particolare quelle tra avvocati dove potrebbero entrare, in minoranza, anche i soci di capitale. Il Ddl sulla concorrenza, che potrebbe diventare legge a inizio agosto, dovrebbe anche mettere fine all’ipocrisia di un preventivo sulle prestazioni professionali consegnato solo se lo richiede il cliente.

Eppure - al di là dell’approccio scherzoso - il gioco dell’estate nasconde il destino di un settore, quello delle professioni, cui è affidato il compito di assistere imprese e consumatori nella tutela di interessi rilevanti: la difesa e la giustizia, la salute, l’equità e la correttezza fiscale, la corretta progettazione dell’ambiente e degli edifici, la consulenza per l’impresa, l’innnovazione e così via. Il breve “calendario” dei provvedimenti ricordati dimostra, però, come da anni ci si accapigli intorno alle stesse questioni, usando ragioni ideologiche più che analisi economiche e princìpi giuridici (la proporzionalità delle misure ai fini da perseguire, per esempio).

Si torna allora a parlare di tariffe, sotto le spoglie dell’equo compenso, senza considerare che la questione della corretta remunerazione del professionista non si pone quasi mai se il cliente è un privato, perché quest’ultimo di rado ha la forza per tagliare la parcella. Diverso, certo, quando il cliente è “forte”, grande impresa o banca. Tuttavia, anche in questo caso c’è da valutare se la rete di un compenso minimo funzioni. In ogni caso, non ci si può nascondere che verso i clienti forti valgono spesso le offerte cumulative. Restano fuori le prestazioni ad alto contenuto aggiunto, quelle che sono dirimenti per il verso di una situazione e che sono ben pagate perché fanno la differenza. Insomma, quello dell’equo compenso, pensato come un ritorno della tariffa minima, rischia di diventare uno specchietto per le allodole per i clienti forti, scaricando invece gli effetti sulle persone, con il posizionamento verso l’alto dei corrispettivi per i servizi professionali “generalizzati”.

Per le società, il dibattito ideologico degli ultimi anni ha favorito il nanismo delle strutture professionali, alcune di eccellenza, ma senza aiuti di sistema per fare rete o alleanze. Se il socio di capitale per alcune professioni è un rischio - siamo sicuri che lo sia nel campo dell’ingegneria, mettendo chiari paletti nella progettazione e nella qualità della costruzione? - dall’estate 1997 c’era tutto il tempo per fare controproposte, senza nascondersi nella trincea dei no.

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