Norme & Tributi

Sanzioni Iva, trattamenti più favorevoli non violano il diritto Ue

CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA

Sanzioni Iva, trattamenti più favorevoli non violano il diritto Ue

Il mancato o tardivo pagamento dell’Iva, di per se stesso, non rientra nella nozione di frode ai sensi della convenzione relativa alla tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea (Pif) e in quest’ottica l’innalzamento delle soglie di punibilità è non contraria al diritto comunitario: ciò che conta è, invece, che le norme siano congegnate in modo da indurre a pagare l’imposta chi vi è tenuto.

È sulla base di queste considerazioni che l’avvocato generale della Corte Ue, Michal Bobek, ha stabilito che non può ritenersi illegittima la nuova normativa italiana che prevede un trattamento sanzionatorio più favorevole al contribuente in materia di omesso versamento dell’Iva.
La questione era sorta dopo che l’amministratore di una Srl nazionale era stato sottoposto a procedimento penale davanti al Gip del Tribunale di Varese ai sensi del Dlgs 74/2000 per non avere versato entro il termine di legge l’Iva dovuta per l'anno 2012 in base alla dichiarazione annuale, ammontante a circa 175mila euro.
La società, dopo la contestazione dell’illecito da parte delle Entrate, aveva optato per il pagamento rateizzato dell’imposta entro 30 giorni dalla comunicazione dell’Agenzia medesima per ottenere una decurtazione delle sanzioni amministrative. Il 29 maggio 2015 il piemme varesino aveva esercitato l’azione penale contro l’amministratore, chiedendo al gip l’emissione di un decreto penale di condanna all’ammenda di 2. 500 euro. Il 22 ottobre 2015 è entrato in però vigore il Dlgs 158/2015, che ha modificato il Dlgs 74/2000.
La nuova normativa prevedeva una causa di non punibilità, applicabile retroattivamente all’amministratore perché norma più favorevole, consistente nel non superamento della soglia di 250mila euro di debito fiscale. Con la normativa precedente, la soglia di non punibilità era, invece, determinata in 50mila euro. Veniva, inoltre, introdotta un’ulteriore causa di non punibilità (anch'essa applicabile retroattivamente), integrata dal pagamento, prima del dibattimento di primo grado, del debito tributario, delle sanzioni amministrative e degli interessi. Tale pagamento in via amministrativa, nella normativa precedente, non comportava la non punibilità dell’imputato ma solo l’applicazione di un’attenuante.
A quel punto il gip di Varese aveva chiesto lumi alla Corte di giustizia Ue sulla compatibilità con il diritto dell'Unione di tali modifiche legislative a favore dell’imputato.

Nelle sue conclusioni, favorevoli alla normativa italiana, l’avvocato generale osserva che il principio di leale cooperazione impone agli Stati membri di stabilire, per violazioni lesive degli interessi dell'Unione, sanzioni analoghe a quelle previste per violazioni lesive degli interessi dello Stato. Una volta, quindi, che lo Stato abbia assolto all’obbligo di leale cooperazione nel senso anzidetto, il diritto Ue non osta a che una legge nazionale stabilisca discrezionalmente delle soglie di punibilità per l'omesso versamento dell’Iva.: ciò che conta, come detto, è che le norme siano congegnate in modo da indurre a pagare l’imposta chi vi è obbligato.
Infine, osserva l’avvocato, qualora la Corte decidesse per l'incompatibilità con il diritto dell'Unione delle norme nazionali più favorevoli per il reo, la disapplicazione di queste ultime da parte dei giudici nazionali nei processi per fatti commessi sotto il vigore di dette norme comporterebbe una violazione del principio di legalità, visto che equivarrebbe alla “riesumazione” della precedente disciplina più severa.

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